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Prometeo male incatenato

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Prometeo scende dalla cima del Caucaso e arriva a Parigi. Qui entra in un bar e il cameriere gli presenta Damocle e Coclide. I due sono stati protagonisti di una strana avventura, che ruota attorno all’azione gratuita di un milionario che tutte le mattine esce di casa con in tasca una banconota da cinquecento franchi e uno schiaffo “pronto da incollare in faccia a qualcuno nel palmo della mano”. Dei due, Coclide è quello che ha ricevuto lo schiaffo, mentre Damocle ha avuto la fortuna di ricevere la busta con i cinquecento franchi. Dal momento che questo episodio rischia di far esplodere un litigio tra i due, Prometeo comincia a sua volta a parlare e si mette a raccontare della sua aquila. Su richiesta dei due richiama anche l’uccello, che irrompe all’interno del caffè e si getta sul fianco destro di Prometeo, mangiando un pezzo del suo fegato e al tempo stesso cavando un occhio a Coclide con un colpo d’ala. Qualche giorno dopo Prometeo si ritrova in carcere, con l’accusa di aver prodotto fiammiferi senza avere la licenza. Avendo molto tempo a disposizione, Prometeo ha modo di riflettere sulla sua aquila e sulla possibilità di liberarsi di lei...

André Gide, vincitore del Premio Nobel per la letteratura nel 1947, scrisse nel 1899 questo Prometeo male incatenato, che sembra ricalcare per stile e per atmosfere i racconti filosofici degli Illuministi. L’opera infatti è molto densa e, pur nella sua brevità, presenta diversi rimandi concettuali e simbolici. In questo testo Gide, oltre a introdurre il concetto di “azione gratuita”, che poi sarà al centro di opere successive come I sotterranei del Vaticano, affronta in modo specifico il tema della coscienza. I morsi dell’aquila di Prometeo diventano, con una analogia particolarmente riuscita, la concretizzazione materiale degli scrupoli e dei rimorsi di cui tutti gli uomini sono vittime. C’è chi, davanti alla presenza di questa coscienza assillante, si lascia schiacciare e finisce per morire, come Damocle. Altri, come Coclide (e forse come lo stesso Gide, la cui vita privata fu alquanto tormentata), riescono in qualche modo a resistere. Altri ancora, come Prometeo, riescono addirittura ad uccidere la loro aquila, banchettando riccamente con le sue carni e liberandosi una volta per tutte di ogni peso. Quello che è indubbio, è che ognuno di noi ha la propria aquila, e farebbe bene a prendersene cura. Perché non sono tanto gli uomini, ad essere interessanti, quanto ciò che li divora.