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Promettimi di essere libera

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È la fine di ottobre del 1944. A Berlino, dopo quarantotto giorni in cui non ha sue notizie, Lilly Wurst scrive alla sua amante Felice Schragenheim senza sapere dove si trovi, se non che i nazisti l’hanno portata via come ebrea in qualche campo di concentramento. Le racconta dell’interrogatorio che ha subito, per alcune ore, ma senza essere torturata come sembra che facciano in questo periodo. Lei si è salvata perché moglie di un ufficiale della Wehrmacht, con i vicini che ne parlano un gran bene, uno zio nazista e una sorella vedova di un ufficiale delle SS. Comunque quando l’hanno interrogata ha sostenuto che probabilmente si tratta di uno scambio di persona, che Felice non è ebrea e che, se non ha denunciato la sua presenza in casa, è semplicemente perché capita che a volte le due amiche non si accorgono che è l’ora del coprifuoco e allora Lilly la invita a fermarsi a dormire, per non venir meno alle regole stabilite per legge dai nazisti. La sua tortura, a parte il fatto di non sapere dove si trova la sua Felice - fatto questo che le procura non pochi incubi di notte, quelle volte che riesce ad addormentarsi - è legata al momento terribile, allo stato di guerra, alla paura delle bombe e di morire sotto le macerie, ma anche al terrore che la sua Felice possa fare la stessa fine. Ma non sa dov’è, dove l’hanno portata e la sua lettera diventa qualcosa di diverso. Decide comunque di scriverle, ma in una sorta di diario, in cui, peraltro, può parlare molto più liberamente, senza incorrere nei limiti della censura. E si dispera per non essere riuscita a salvarla nemmeno in quel poco tempo che, subito dopo l’arresto, è stata tenuta nell’Ospedale ebraico...

Il nazismo visto attraverso gli occhi di due donne innamorate l’una dell’altra, una ebrea e l’altra ariana, una a Berlino e una deportata ad Auschwitz e prossima alla morte. Si cercano, si pensano, si scrivono idealmente, rivivendo alcuni tratti del loro percorso insieme e mettono in evidenza l’ingenuità, il fidarsi delle apparenze, il prendere per oro colato ciò che veniva imposto dall’alto, senza pensare, nemmeno per un attimo, che era frutto della follia di pochi, ma considerando giusta la “feroce stupidità ariana”, facendosi abbindolare dal nazismo e da Hitler “perché era bello sentirsi parte di una razza superiore, dominatrice”. È il rivivere, con il senno di poi, tutte quelle situazioni affrontate con superficialità e incoscienza, quella riflessione amara che emoziona, perché tutti i sogni sognati hanno ormai lasciato spazio a una realtà terribile. Una specie di lungo esame di coscienza in cui si addossano colpe non proprie, idee alle quali si è aderito senza pensare, senza approfondire, senza ragionare. E si ripensa a tutto con rabbia, quando ormai c’è più poco da fare. Si finisce per accettare una realtà che la ragione rifugge, senza farsi domande o dandosi risposte di comodo. E in questa complessità la scrittrice Nadia Crucitti si lascia ispirare da una storia vera, l’amore tra Felice Schragenheim e Lilly Wust. Sceglie il punto di vista di due donne innamorate che solo quando ormai non c'è più niente da fare si ritrovano a fare i conti con una realtà crudele. E se pur vengono riproposti tutti i canoni di un campo di concentramento come Auschwitz, è la particolarità del carteggio fra le due a rendere questa storia unica. Un carteggio virtuale, perché una scrive i suoi pensieri per l’amata in una specie di diario, l’altra affida i suoi al cielo, sperando che quella lunga lettera, nella notte che precede la sua morte, possa arrivare a carezzare l’amata. E quello che le due si dicono è struggente, un aprire gli occhi improvviso su un mondo cinico, cattivo e deludente.