La memoria, come il diavolo, si nasconde nei dettagli. Il dettaglio è un metro da sarto che un maggiordomo usa per apparecchiare in modo maniacale una tavola. Questo fotogramma della serie Downton Abbey funziona per Laure come uno spiraglio nella memoria, o - per dirla con Proust - come una “intermittenza del cuore”. Lei vive ormai a novemila chilometri dalla sua città natale, Parigi, e un secolo dopo la Belle Époque: Los Angeles, anni Venti di questo secolo. Eppure rivive attraverso lo schermo “tutto un mondo, una configurazione arcaica” che le rivela un vissuto codificato, l’essenza della sua eredità aristocratica, sia morale sia formale. Proprio mentre stava scrivendo la prefazione a una raccolta di articoli su Proust, la professoressa viene investita da immagini che le sono familiari, sebbene insolite, quasi anacronistiche. Titoli nobiliari, saloni affollati di domestici prima di un ricevimento, privilegi e prestigio, gerarchie da rispettare, l’elitaria tribù nobile francese, un albero genealogico pesante. Regole che lei aveva infranto: non è sposata, non ha figli, convive con una donna, ha scelto la libertà e l’espatrio. E da mesi rilegge la Recherche e gli articoli mondani dell’epoca, seguendo la “cometa proustiana” e la sua scia che affonda i bagliori nella storia della sua famiglia…

La famiglia di Laure Murat non è una famiglia qualsiasi: lei è una discendente dell’aristocrazia dell’Impero e dell’Ancien Régime, con capostipiti come Gioacchino Murat, re di Napoli, e i duchi di Luynes, legati a Luigi XIII e una persona-personaggio chiave di Alla ricerca del tempo perduto, la duchessa di Guermantes. Nata a Parigi nel 1967, insegna in un’università californiana ed è specializzata in storia e in biografie, per le quali ha vinto anche il prestigioso premio Goncourt. Con questo romanzo familiare mette in gioco tali eredità, fondendo storie realmente accadute con narrazioni di fantasia. L’etichetta così di tendenza di autofiction è riduttiva, ci troviamo piuttosto di fronte a un classico personal essay. Se il punto di partenza è il punto di vista personale, persino molto intimo, altrettanto riuscito è l’allargamento dello sguardo su un’epoca e un luogo degni di interesse universale. Certo, l’ambiente nel quale è cresciuta Laure Murat è esclusivo, fuori dal comune. Nel libro si intrecciano gli sforzi di tessere i pochi ricordi dell’infanzia e le immagini vivissime di quel romanzo universale e il risultato è un’analisi intima, seppur parziale, della Recherche che permette all’autrice di ricostruirsi come soggetto, emancipandosi e superando le norme altoborghesi, anche grazie al potere della letteratura e al superpotere di chi ama i libri.