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Prova d’appello

Prova d’appello

Un tranquillo e sereno scorrere di giorni verso la tanto sospirata pensione: così George Mason vorrebbe condurre gli ultimi anni della sua più che stimabile carriera di giudice d’appello. Ma ecco che sulla sua scrivania atterra un caso spinoso, uno di quelli potenzialmente esplosivi, foriero di grane e problemi che autogenerano altre grane e altri problemi: lo stupro di gruppo di una giovanissima black girl di nome Mindy DeBoyer perpetrato durante una movimentatissima e parecchio alcolizzata festa a casa del co-capitano della squadra di hockey sul ghiaccio della Glen Brae High School. Grazie ad alcol e pasticche che hanno in poco tempo “piallato” sia la sua forza di volontà che la capacità di discernere, Mindy si è ritrovata in camera da letto alla mercé di chi ne voleva approfittare. E non sono stati pochi. Il giorno dopo, vestiti alla rovescia e la mente come in un frullatore, Mindy ha realizzato l’accaduto e dunque denunciato. Il processo di primo grado, conclusosi con una condanna, è stato prontamente appellato dagli imputati, e ora è al vaglio di Mason e del suo collegio giudicante. Come se questo non bastasse, la tranquillità del giudice è altresì turbata da una serie di e-mail dal contenuto minaccioso pervenute alla sua casella di posta elettronica. Se all’inizio le ha considerate niente più che il delirio di un matto (anche se il fatto di avere superato le barriere di protezione informatica era comunque inquietante), ora che le minacce si fanno più pressanti e - soprattutto - che l’autore inizia a fare riferimento ad alcuni dettagli personali, il giudice e il suo staff decidono che è il caso di prenderle sul serio...

Prova d’appello reitera il marchio di fabbrica di Scott Turow, giustamente conosciuto per i numerosi romanzi di genere legal thriller. Anche questo romanzo si colloca nella Kindle County series, ovvero in quel gruppo di storie (assieme ad esempio a Presunto innocente e L’onere della prova) che Turow ha ambientato nell’omonima contea ed è articolato nelle due direttrici principali che ormai caratterizzano il genere: sviluppo della storia e - parallelamente - sua trasposizione in termini processuali. Abbondano le descrizioni di rituali codicistici e giuridichesi tradotti dall’autore in termini comprensibili ai più, indugiando spesso su tecnicismi e contraddizioni che mirano a dare una vaga e insieme critica visione del sistema. La prosa è come al solito lineare e sciolta, tuttavia in questo romanzo la storia stenta un po’ a prendere il volo, e gli elementi di genere appaiono amalgamati male; un piatto dove gli ingredienti ci sono tutti e sono tutti giusti ma cucinati da cuoco che ha fatto un pasticcio. Né legal, dato che i temi e gli argomenti risultano ingessati e manieristici, né thriller, causa una manciata di colpi di scena non propriamente imprevedibili. La lettura insomma si porta avanti un po’ a fatica. I precedenti di Turow, per restare nel linguaggio giudiziario, sono senz’altro di migliore qualità.