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P.T.S.D. Lontana da casa

P.T.S.D. Lontana da casa

Anche quell’ultima boccetta ormai è vuota. Jun tossisce, dolorante e sola sotto la pioggia battente, facendosi largo a fatica per la strada affollata di passanti indifferenti. Nessuno si cura di lei mentre cerca tra i rifiuti qualcosa da mettere sotto i denti, mentre cade a terra, sfinita e scoraggiata. Gli altri veterani di guerra si sono riuniti in una tendopoli comune, e condividono i ricordi più vividi di quei terribili giorni: “ho visto corpi cadere dal cielo. Come mele mature da un albero”. Jun, però, non è con loro. Il sole risplende ed accende i colori delle bancarelle e dei banchi da frutta del mercato, c’è chi vende e c’è chi compra. Jun viene sorpresa a rubare qualcosa: “dannata ladruncola! Sarai pure una veterana… ma qui non ti vogliamo!”, e così inizia una nuova fuga, con le poche energie che restano, ormai. È difficile calmarsi, anche solo respirare, mentre la pioggia viene di nuovo giù. Due tipi si avvicinano, ma non hanno cattive intenzioni: “Abbiamo un accampamento nella zona sud. Siamo ancora in pochi, ma ci diamo una mano a vicenda. E vorremmo invitarti ad unirti a noi.” Niente da fare: Jun vuole soltanto stare sola, trovare un po’ di pace e, magari, anche qualcuna di quelle pillole. Sfinita, si addormenta proprio davanti alla saracinesca di una tavola calda, sognando (o ricordando, chissà) una delle tante battaglie…

Guillaume Singelin, autore francese già noto per le illustrazioni della serie The Grocery, esordisce come autore di un’opera completa della quale realizza sia i testi che i disegni. P.T.S.D. sta per “Post Traumatic Stress Disorder”, ovvero Disturbo Post traumatico da Stress: Singelin crea un fumetto che descrive in maniera accurata, seppur delicata, la complessità di una patologia che può causare molta sofferenza e che può essere difficile da affrontare, per chi ne soffre e per chi gli sta accanto. Jun, la protagonista, è una veterana di guerra. Si è dedicata anima e corpo alla missione militare e si ritrova nel presente ad essere l’ombra di ciò che era un tempo. I ricordi e gli incubi persistenti non la lasciano riposare, l’ansia non le dà tregua, la paura la porta ad essere irascibile e ad isolarsi. Solo gli antidolorifici tamponano il dolore, ma provocano dipendenza, e l’astinenza le fa tremare le mani. Uno spiraglio si apre grazie all’amicizia: a suggerire che la vicinanza e la condivisione, anche utilizzando il cibo come veicolo, possono consentire l’elaborazione persino della più traumatica delle esperienze. Coraggiosa ed originale l’idea di rendere al femminile vicende spesso descritte unicamente al maschile. La totale assenza di riferimenti temporali e geografici, poi, sottolinea l’universalità degli avvenimenti. Un’opera che coniuga tenerezza e realismo, davvero ben riuscita.