Salta al contenuto principale

Punto pieno

puntopieno

Palermo, 5 aprile 1955. Lo squillo del telefono, intorno alle sei, quando fuori fa ancora freddo, sveglia l’avvocato Peppe Vallo. All’altro capo del filo Mimmo Inzinna - che già è al bar Luce, in via delle Ripentite, di fronte a palazzo Sorci - comunica con voce tesa che al terzo piano del palazzo, dove vive il cavaliere Andrea, tutte le luci sono accese, mentre al piano nobile, dove nessuno vive più da oltre dieci anni, gli scuri dei balconi della camera del fu Enrico Sorci sono aperti e il lampadario, dentro, ha tutti i bracci accesi. A rendere ancora più inquietante l’intera scena, aggiunge Mimmo, c’è poi il fatto che, mentre stava entrando nel bar, ha visto la porticina del portone di palazzo Sorci aprirsi lentamente e, poco dopo, il cavaliere Andrea è uscito, con addosso il cappotto verde scuro, quello lungo lungo, del padre buonanima. Mai, in vent’anni di lavoro al bar Luce, ha visto in piedi qualcuno dei Sorci a quell’ora. Andrea, una volta sulla strada, si è guardato i piedi, poi ha sollevato le spalle e si è diretto verso la Marina, con lo stesso incedere lento che ha quando fa le passeggiate con il barone Cola, suo fratello. A un quarto d’ora dalla telefonata, Peppe Vallo è al bar Luce, dove trova ad attenderlo un caffè fumante. Mentre Mimmo continua a parlare, Vallo ha un brutto presentimento e realizza che deve indagare immediatamente su quanto può essere accaduto, e deve farlo da solo. Dove può essere andato Andrea? Che abbia avuto un malore? Peppe attende, mentre la strada è vuota e palazzo Sorci è muto. Tante volte, in passato, è rimasto in attesa e anche ora gli tocca guardare e aspettare. L’avvocato Peppe Vallo è uno dei tanti figli illegittimi del barone Enrico Sorci. Glielo ha rivelato sua madre, cameriera al servizio della famiglia. L’uomo conosce bene tutti e quattro i suoi fratelli - i figli legittimi del barone - ma frequenta solo Filippo. Gli altri - Cola, Ludovico e Andrea - non sono un granché, secondo lui…

Dopo Caffè amaro (2016) e Piano nobile (2020) torna la famiglia Sorci di Palermo a raccontare episodi di vita quotidiana che si aggrovigliano a una realtà circostante che continua a modificarsi, a evolvere e a mostrare che, spesso, sono gli accadimenti che appaiono di secondaria importanza quelli che, in realtà, segnano le più importanti variazioni di scenario e di percorso. Il nuovo romanzo di Simonetta Agnello Hornby - palermitana di origine, ma da molti anni residente nel Regno Unito, dove ha svolto la professione di avvocato dei minori - prende l’avvio nella Palermo del secondo dopoguerra e si snoda lungo un percorso articolato che conduce fino alla strage di Capaci, datata 1992. Quel che si legge è il ritratto di una terra tragica e ricca di contraddizioni, nella quale brutture e nefandezze si mescolano a difficoltà sociali e a conflitti familiari di difficile soluzione. Il palcoscenico sul quale si muovono Andrea Sorci e il resto della sua famiglia è un variopinto caleidoscopio di personaggi, tra i quali primeggiano le “Tre Sagge”, tre zie anziane che, con l’intento di realizzare un’attività produttiva - simile a quelle che nel Nord Italia fioriscono e prosperano ovunque - creano una singolare e proficua occasione di incontro e di confronto. La scuola di ricamo cui danno vita – che ha come sede una delle sale della sagrestia della Chiesa dei Santi Scalzi, luogo inondato di luce e di calore - non è solo un innocuo passatempo, ma si fa situazione ideale per riflettere e cercare di capire ciascuno dei momenti cruciali di un periodo lungo cinquant’anni. Si tratta di un’attività, il ricamo, durante la quale viene naturale parlare e lasciarsi andare a vere e proprie confessioni, finendo per condividere segreti e dispiaceri che, insieme, sembrano meno pesanti da sopportare. Comprensione, solidarietà, conoscenza sempre più approfondita dell’animo umano sono le dinamiche che il ricamo richiama; un colorato arazzo - realizzato a punto pieno - che mostra la mentalità di una terra nella quale non è affatto semplice vivere; un’isola meravigliosa ma ricca di paradossi in cui - per citare le parole di Gesualdo Bufalino, prese a prestito dalla stessa Agnello Hornby nell’esergo del romanzo - non sempre è facile “saper districare fra mille curve e intrecci di sangue il filo del proprio destino.”