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Putin - L’ultimo zar da San Pietroburgo all’Ucraina

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Vladimir Putin nasce il 7 ottobre 1952 in un minuscolo monolocale nel quartiere Baskov di San Pietroburgo: la madre, Masha, ne è la custode da quando ha dovuto abbandonare la fabbrica per una salute cagionevole. Il padre, Vladimir anch’egli, fa il fabbro. I Putin sono di umilissime origini, servi della gleba affrancati: Spiridon Ivanovič Putin è conosciuto come lo chef di Lenin e Stalin, ma ha cucinato una semplicissima zuppa contadina anche per il fascinoso Rasputin. Alla fine, con Nikita Krusciov, è stato inviato in una casa di riposo per vecchi comunisti: spesso riceve la visita del nipote Vladimir che impara da quei vecchietti arzilli le prime strategie scacchistiche e tanti aneddoti sui vecchi ingranaggi del sistema, quelli del partito comunista sovietico, il PCUS. La zia Anna invece ha avuto una vita più triste, essendo finita in un campo di concentramento nazista lettone: non a caso Putin, appena divenuto presidente, polemizza con la Lettonia, impegnata a ripulirsi della macchia filotedesca. Putin si presenta così agli occhi di tutti, come un soldato del Kgb a cui non mancano mai determinazione e parole: ha una capacità magnetica di discutere con tutti di tutto, perché affonda le sue radici nella Russia zarista, ha vissuto la Russia comunista prima e dopo Stalin, sa cos’è stata la vita nelle case comuni, ha vissuto nella DDR (Germania Est). La sua non è retorica, è quasi un’empatia che avvolge e seduce per la schiettezza delle sue argomentazioni, per la vicinanza ai più deboli, ai quali vuole trasfondere la sicurezza e la certezza del grande popolo russo, quello che ormai non c’è più se non nei ricordi della sua vita…

Nicolai Lilin, l’autore della stupenda Educazione siberiana, è un siberiano trapiantato in Italia ormai da anni, che ha eletto l’Italia a sua seconda patria, senza disdegnare la visione della televisione russa in madrelingua perché le radici non si cancellano. Ha fatto il militare sul Caucaso alla ricerca dei terroristi ceceni, ha vissuto la grande crisi e gli stravolgimenti della Federazione Russa. La sua biografia, narrata in modo romanzato ma sicuramente accuratamente documentata, è una preziosa testimonianza diretta di una generazione di quarantenni che vent’anni prima ha visto l’ascesa del dittatore anche con la speranza di un cambiamento positivo. Lilin non nasconde le critiche allo zar, perché ha fortemente amato la Russia degli anni ’80, ma è ancora più deluso dalle derive che sta prendendo il destino della sua nazione. La narrazione coinvolge perché spazia diacronicamente su un secolo di storia russa, cercando e riportando su carta fatti noti che però necessitavano di essere collegati fra di loro dall’interno, per dimostrare, quasi, che l’evoluzione, o meglio l’involuzione, della democrazia a Mosca non poteva quasi avere altra direzione. Lilin non ha un approccio umano verso la figura di Putin, ma per l’intero popolo russo che continua ad essere sbandato e subisce, succube, il fascino dell’uomo forte. Il libro era stato scritto nel 2020, ma l’aggiornamento fino alle vicende ucraine lo rende ancora più attuale non nel senso dei fatti raccontati, ma delle riflessioni elaborate che in molti casi assumono la nettezza di un classico sociologico.