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Qualcosa rimane

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Una badante gli sta preparando il pranzo e ogni tanto lo chiama. Lui, Alberto, è in soggiorno e gioca con il silenzio. Ha in mano una penna, una di quelle che non scrivono più, ma non gli va di buttarla. Anche se lascia sulla carta solo graffi, non se la sente di liberarsene. Oggi poi, a essere sinceri, non ce la farebbe affatto a scrivere qualcosa di senso compiuto, qualcosa che abbia un capo e una coda. Ha parecchio caos in testa e, per completare l’opera, gli trema una mano. Alberto di cognome fa Durante. Il suo paese è pieno di Duranti ma lui, per un errore dell’impiegato comunale quando ha registrato la sua nascita, deve firmarsi in modo diverso rispetto a tutti gli altri parenti. Ci mancava anche questa, come se l’Alzheimer non fosse abbastanza. Il termine Alzheimer non l’ha mai spaventato, in verità. All’inizio questa parola gli ricordava il verbo alzare, nel senso di far ripartire qualcosa, dopo che è caduta. Alberto con le parole ci gioca, ama farlo da sempre e anche il suo dottore, un neurologo, quando gli ha presentato per la prima volta quel termine strano, gli ha detto che non deve esserne spaventato. Poi gli ha spiegato che Alzheimer è il cognome di un medico tedesco che ha inventato una nuova famiglia di malati, che ignorano di esserlo. Gli ha fatto presente che avrà, sempre più spesso, episodi di perdita di memoria, che rappresentano il primo sintomo della malattia, e che avrà difficoltà a esprimere i suoi pensieri in parole o a ritrovare la strada di casa. Insomma, Alberto conosce una parola che esprime molto bene quello che gli accadrà: demenza. È inutile girarci troppo intorno ai guai, quando ormai ci sei finito dentro fino al collo. Questo è quel che si ripete Alberto, mentre pensa che, nel momento in cui è nato suo fratello Franco, lui ha quattro o cinque anni. Non lo ricorda con precisione, ma sa per certo che il suo periodo di nascita è ancora in tempo di guerra, mentre quello del fratello non lo è più…

Chiamarsi Durante e vivere giornate che altro non sono se non un susseguirsi di ricordi già vissuti è un paradosso. Ma l’esistenza di Alberto, protagonista del romanzo di Stefano Mariantoni - giornalista e docente di sostegno classe 1974 - è proprio questo: un continuo tentativo di riemergere da un gorgo di confusione e un affannoso aggrapparsi ai ricordi, unica certezza di una vita segnata da una malattia che non lascia scampo. Condannato alla dimenticanza dall’Alzheimer, Alberto si abbarbica alle emozioni che hanno abitato la sua storia, fin da quando, da piccolo, incespicava nelle parole, quelle parole con cui tanto ama giocare, e dalla sua bocca non uscivano che frammenti. Esattamente come ora: mentre osserva la sua badante affannarsi davanti ai fornelli per preparare il pranzo, Alberto è alla ricerca di parole, da scrivere con una penna che non funziona, che possano risultare tangibili prima che una cortina plumbea avvolga ogni cosa e ogni ricordo e lo confini in un isolamento che sarà unico compagno nell’ultima parte del suo viaggio terreno. Con un linguaggio delicato e in alcuni tratti poetico, Mariantoni accompagna il protagonista del suo romanzo nelle diverse stazioni di un viaggio metaforico, che tanto richiama l’esistenza precedente di Alberto, che le stazioni le conosce bene: ha lavorato una vita in ferrovia, deviando coraggiosamente da un destino già segnato e diventando simbolo di un’Italia che, nel dopoguerra, nutre il desiderio di lasciarsi il dolore e la miseria alle spalle. Il romanzo è un delicatissimo inno alla vita e al coraggio di andare avanti, sempre e comunque, con il desiderio di preservare legami, che non vengano scalfiti dallo scorrere del tempo, e di lasciarsi affascinare da quanto la memoria è in grado di serbare. Intenso e lirico, il romanzo è consigliato a chi desideri una lettura che parla di amore e di dignità.