Per quasi duemila anni lo studio del cielo si è concentrato soprattutto sui pianeti, sulle “vagabonde luci” che si muovevano rispetto allo sfondo immobile delle stelle. Queste ultime, già osservate e catalogate fin dall’antichità da astronomi come Ipparco e Tolomeo, erano considerate fisse, parte di una volta celeste immutabile e, proprio per questo, rimanevano ai margini dei modelli cosmologici. La situazione iniziò a cambiare tra Cinquecento e Seicento, quando strumenti nuovi permisero di guardare il cielo con occhi diversi. Con Galileo Galilei e i suoi telescopi si aprì una delle avventure più avvincenti della storia della scienza: l’occhio umano, per quanto straordinario, si rivelò “incapace di fare miracoli”, mentre le nuove tecnologie moltiplicavano le domande prima ancora delle risposte. Quanto è grande la galassia che ospita la Terra? Ne esistono altre? Cosa sono quelle misteriose masse di stelle dalla forma a spirale che punteggiano il cielo profondo? Fu solo all’inizio del Novecento che queste domande arrivarono al centro della scena scientifica. Accadde anche in modo teatrale. Nel 1920, su un palco e davanti a un pubblico, si svolse il Grande Dibattito. Due scienziati, Harlow Shapley e Heber Curtis, difendevano visioni opposte del cosmo: il primo sosteneva che la Via Lattea fosse un sistema immenso capace di contenere tutto l’universo conosciuto, stimandone le dimensioni grazie allo studio delle stelle variabili; il secondo, invece, riteneva che le nebulose a spirale fossero sistemi indipendenti, altre galassie situate ben oltre i confini della nostra. Il dibattito non risolse definitivamente la questione, ma preparò il terreno alla svolta decisiva che di lì a poco avrebbe cambiato per sempre la nostra idea di universo…

«Questo libro ripercorre proprio lo straordinario cammino culturale e scientifico che, a partire dalle prime intuizioni degli antichi osservatori del cielo, ci ha portati alla nascita dell’astrofisica e a comprendere infine le reali dimensioni del cosmo, appena un secolo fa»: così Gianluca Masi sintetizza il senso di Quando l’universo diventò infinito. Si tratta del suo primo libro, una novità nell’ambito di una carriera scientifica già ricca di ricerca e divulgazione. Astrofisico e scopritore di asteroidi, stelle variabili ed esopianeti, Masi ha fondato nel 2006 il Virtual Telescope Project (https://www.virtualtelescope.eu/), uno dei progetti più noti tra gli addetti ai lavori e non solo per l’osservazione del cielo in remoto. Per il suo esordio editoriale sceglie una storia che arriva dagli Stati Uniti, a lungo poco familiare al grande pubblico italiano. Ne nasce un racconto ricco di colpi di scena e imprevisti, con protagonisti – tra cui diverse donne, a lungo poco note – tenaci, ostinati, geniali. Il racconto universale si apre anche a momenti più personali: brevi intermezzi che invitano all’osservazione e, non ultimo, a lottare per i propri sogni. “Tra le cose che ho sempre ammirato di più in personaggi di quella statura vi è proprio la loro capacità di astrarsi, alla bisogna, dall’urgenza del proprio lavoro, riuscendo sempre a dedicare del tempo alla contemplazione di quel che si apprestavano a decifrare (…) Indugiando al cospetto dello splendore che avevano dinanzi, essi raccoglievano le proprie idee per esporle al meglio, fiduciosi di riuscire a far valere le proprie ragioni scientifiche”.
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