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Quando Marte è in Capricorno

Quando Marte è in Capricorno

Sicilia, primavera del 1249. Jacopo da Lentini raggiunge il monastero di Maniace in cerca di un rifugio spirituale. È uno dei tanti uomini di legge inseriti nella complessa macchina ammnistrativa voluta da Federico II di Svevia, che ha assunto la carica di sovrano del Sud Italia e ha trasferito la sua residenza a Palermo, città dove si incontrano la cultura araba e la tradizione cristiana. Capostipite della scuola dei poeti siciliani, Jacopo viene ricordato anche per aver ideato lo schema metrico del sonetto, destinato nei secoli a diventare il più celebre componimento della poesia lirica italiana. Con l’arrivo di un messo di Papa Innocenzo IV il poeta ha una terribile sensazione; di lì a poco i monaci del convento vengono a conoscenza del modo in cui Pier Delle Vigne è morto. Questi è un altro uomo di legge che, come in seguito si potrà leggere nella Divina Commedia, teneva “... ambo le chiavi / del cor di Federigo...”. Dopo aver perso la fiducia del potente sovrano che vuole assoggettare al suo potere anche i territori del Pontefice, mentre viene terribilmente torturato e per le violenze subite perde la vista, Pier Delle Vigne chiede al suo carnefice da che parte sia il muro della cella: avendo ricevuto l’informazione, sbatte violentemente la testa nella parete procurandosi la morte. Jacopo è atterrito. Malgrado le conseguenze di una malattia che non perdona lo debilitino giorno dopo giorno, concedendogli pochi momenti di sollievo, oltre a lavorare alla sua raccolta di versi il Canzoniere vuole ricostruire in una sorta di scritto autobiografico la storia della sua amicizia con Pier Delle Vigne, a iniziare dall’Università di Bologna, affinché la verità sia resa nota. Decide di affidare la sua opera al figlio, tanto diverso da lui nell’atteggiamento e negli interessi, ma pur sempre la persona a cui rimane più legato dopo la scomparsa del compagno poeta. Ma nel convento di Maniace c’è un personaggio assai misterioso, che desta i sospetti di vari monaci e anche dell’illustre notaro: è il nuovo abate padre Taddeus, di origine tedesca. Può vantare un passato da inquisitore e affermare di aver mandato al rogo molti eretici, ma il loro ricordo adesso gli rende difficile dormire la notte per i sensi di colpa. Eventi totalmente estranei al presente, che non hanno niente a che vedere con un abate ormai del tutto intento a svolgere al meglio i suoi compiti di guida spirituale del convento. È in questa situazione di incertezza e sofferenza che Jacopo inizia a rivivere nei suoi ricordi il passato...

Partendo da una solida base storico-letteraria, Silvana La Spina ricostruisce i momenti salienti di un’amicizia eccezionale, ipotizzando come avrebbe potuto svolgersi. È la stessa autrice ad avvertire il lettore: la sua opera deve essere considerata un romanzo, non un testo storico, perché che i due protagonisti (il notaro Jacopo da Lentini e il cancelliere Pier Delle Vigne, quest’ultimo uno degli uomini più potenti del suo tempo) si siano conosciuti all’università di Bologna e si siano frequentati a lungo, anche se con periodi di allontanamento, non è testimoniato da nessuna fonte. Sulla vita dei due poeti l’unica informazione certa riguarda l’orribile morte sotto tortura di Pier Delle Vigne, che precedette nel 1249 il suo signore deceduto l’anno successivo. Eppure pagina dopo pagina i riferimenti storici rimangono costanti, eventi che furono fondamentali per un primo passaggio dall’era oscura all’Età Moderna sul tramontare del Medioevo; come l’approvazione nel palazzo pugliese di Federico II delle Costituzioni di Melfi, che limitarono enormemente il potere dei baroni e della Chiesa nel vecchio regno dei Normanni. Su queste vicende storiche si inserisce l’aspetto più propriamente romanzato, da cui emergono i sentimenti di incertezza e angoscia di Jacopo (specialmente dopo l’affermarsi del potere del sovrano e la sua vicinanza ai musulmani, che lo rese inviso a buona parte dei sudditi) o il dolore per la morte dell’amico e la grande stima e l’affetto che aveva sempre provato per lui. Ecco perché il protagonista assoluto dell’opera resta fino alle ultime pagine l’amicizia tra i due poeti, vissuta da loro e raccontata dall’autrice come un sentimento puro, capace di rimanere incontaminato dall’invidia e dalla terribile corruzione che caratterizzavano non solo la corte di Federico II (vittima di numerose congiure, che riuscì sempre a sventare) ma in generale ogni ambiente di potere. Lo stesso titolo dell’opera ricorda un momento nella successione degli astri in cui l’uomo si sente maggiormente portato a coltivare gli interessi personali, senza preoccuparsi del bene comune. Silvana La Spina è nata a Padova. Dopo gli studi in collegio, si è sposata a soli diciotto anni contro la volontà dei genitori, un matrimonio prematuro che è finito con l’annullamento del Tribunale della Rota Romana. Ha esordito come scrittrice con la casa editrice La tartaruga, una piccola realtà di buon livello che in passato ha lanciato alcuni talenti letterali femminili, tra cui Francesca Duranti. La sua prima opera è stata Morte a Palermo. Dopo il matrimonio la scrittrice si è trasferita in modo definitivo a Messina, ecco perché nei suoi romanzi troviamo sempre una forte connotazione geografica e culturale con la Sicilia. L’ultimo treno a Catania e Quando Marte è in Capricorno, pubblicati rispettivamente nel 1992 e nel 1994 per Bompiani, hanno determinato una prima crescita per Silvana La Spina, che ha proseguito la sua carriera con un numero considerevole di opere. Recentemente ha dato alle stampe il suo ultimo libro L’uomo del Vicerè, edito da Neri Pozza.