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Quando papà dava i numeri

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Harlem, 2 giugno 1934. È una giornata afosa. I marciapiedi sono bordati di bidoni colmi di spazzatura, mentre le case popolari si sono svuotate a causa del caldo. I bambini troppo piccoli per essere mandati a scuola giocano sui marciapiedi, mentre le madri stanno alla finestra alla ricerca di un filo d’aria o siedono sulle scale antincendio. Gli uomini, invece, studiano i loro numeri davanti ai negozi o seduti sui gradini dei palazzi. Trascorrono gran parte del loro tempo a giocare numeri in serie e non rincasano finché l’ultima uscita non è stata chiamata. Il papà di Francie, invece, non se ne sta per tutto il giorno a ciondolare per strada. Lui fa il corriere dei numeri e la gente ha rispetto per lui, perché è onesto e paga la sera stessa della giocata. È visto come una specie di Babbo Natale e Francie spesso gli dà una mano. Al mattino, prima di andare a scuola, passa a raccogliere i numeri per le giocate. Stamattina, per esempio, è già stata dalla signora Mackey, una donna grassa e gioconda che le ha rivelato di aver sognato dei pesci. Il libro dei sogni di Madame Zora per i pesci dà il numero 514, ed è proprio su quello che la Mackey punta un quarto di dollaro. Quando esce dal palazzo in cui vive la grassa signora, Francie trattiene il fiato: quel luogo puzza come se tutti i miasmi di Harlem si fossero concentrati proprio lì. Il tanfo dell’immondizia che marcisce nel montacarichi si mescola all’odore di pesce fritto che proviene dalle cucine di alcuni appartamenti. Francie svolta l’angolo e percorre la Centodiciottesima in fretta: è in ritardo e non ha il tempo di fare il giro dell’isolato. Arriva a casa trafelata. Deve consegnare le giocate al padre, fare colazione e scappare a scuola. La madre, una donna bassa e tarchiata, con i capelli corti e sottili e i pochi denti rimasti marci e giallastri, le dà una tazza di tè annacquato e un panino con la carne in scatola spalmata di maionese. Se oggi uscisse il 514, finalmente Francie e la sua famiglia potrebbero diventare ricchi. E sarebbe un bene, dal momento che sua madre non fa che lamentarsi…

Morta a cento anni nel 2023, Louise Meriwether è stata una scrittrice e giornalista americana, autrice tra l’altro di diverse biografie per bambini dedicate a figure afroamericane importanti dal punto di vista storico. In questo romanzo, scritto negli anni Settanta dello scorso secolo ma tradotto in Italia solo ora, l’autrice mostra invece il processo di crescita di una dodicenne che vive in un difficile quartiere di New York negli anni Trenta. Raccontato attraverso la voce della giovane Francie, il mondo ritratto nella storia è quello di Harlem, una realtà fatta di difficoltà ed espedienti. Il padre di Francie è disoccupato e, per barcamenarsi, raccoglie le giocate della grande lotteria clandestina le cui estrazioni sono il metronomo che scandisce il ritmo di vita degli abitanti del quartiere. Speranze e delusioni, piccole vincite – poche – e considerevoli perdite – moltissime – sono la quotidianità in una realtà in cui non è facile crescere. E Francie lo sa bene. A cavallo tra la fine dell’infanzia e il manifestarsi dell’adolescenza, la ragazzina, sveglia e sempre molto attenta, sa di potersi concedere poco spazio per sognare. C’è da vivere la vita là fuori, c’è da conquistare una posizione dignitosa nel mondo e, soprattutto, c’è da evitare di fare la stessa fine di alcune persone, che si perdono per strada mentre si arrabattano a vivere alla meno peggio. Negozianti pervertiti, bulli, prostitute, violenza e discriminazione: la vita di Francie è tutt’altro che una passeggiata e riuscire a mantenere una certa dignità in situazioni così estreme non è semplice. Meriwether si serve della voce narrante della giovane protagonista per raccontare con disincanto e tanta tenerezza un percorso di crescita che è insieme duro e giocoso, disperato e scanzonato. Un testo asciutto, che svela una realtà in cui, accanto alla miseria, alla prepotenza e all’ignoranza, svettano la solidarietà e la fame di vita, la voglia di farcela nonostante le umiliazioni, la spinta a crederci in barba alle contingenze, la fiducia in sé e l’orgoglio per le proprie radici.