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Quando piove canto più forte

Quando piove canto più forte

“Sono nato con un tramonto dentro / che consuma, /a questo penso / quando dici che faccio luce / e invece c’è soltanto la fine / di un bruciare esplosivo di stelle già accadute / lontanissime da qui”, come se il ruolo del poeta fosse sì quello di “cantare” una condizione, pastore di parole che transumano da un luogo effimero a uno reale, ma restando distante, scollato e esiliato, condannato ad essere irraggiungibile, “su un pianeta tutto mio / dove a te mancherebbe il respiro”. Ma il poeta è anche cantore della cruda realtà, delle colpe immancabili di cui l’uomo sa affliggersi, della sua predisposizione a cominciare e non finire, a predicare bene e razzolare male. Alle anime dei poeti tutto questo risulta ancora più doloroso e nel dolore il tempo rallenta, aumentando la pena. “E questo è il male che mi scava / ma chiedimi di nuovo / degli animali nascosti nelle nuvole / sopra i cantieri dell’Aquila / nel blu dipinto di gru.” Infine, cos’è il poeta se non una creatura che sfida gli elementi, che non ha paura di mostrarsi nudo e fragile davanti a una burrasca, abbracciato al pennone mentre la tempesta infuria e lo schiaffeggia? “Io sono il mozzo del battello ebbro / e quando infuria la tempesta canto. / Forte, sempre più forte, con l’assurda / pretesta di coprire la burrasca.” E poco importa che il poeta sia nato tra le radici delle montagne e che per questa sua smania marinaresca venga schernito. Ciò che conta è il mare dentro, il navigare a bordo di un guscio di noce, cantando alle onde. “Se qualcuno mi dicesse sicuro / che dove vivo non salpano navi, / che i miei mari sono dentro un bicchiere, / segreto risponderei svelando / che sono le bugie dei marinai / a tingere di bianco le balene, / ma adesso non chiamatemi Ismaele / perché non mi salverò.”...

Popoli è un piccolo borgo abruzzese in provincia di Pescara, a ridosso delle montagne. Sulla scalinata che porta alla chiesa della Santissima Trinità c’è una minuscola libreria di dodici metri quadrati e con l’insegna di legno, che apre al pomeriggio e chiude la notte. Passeggiando in una tiepida serata estiva potreste incontrare, seduto sui gradini, il proprietario del negozio, Il Libraio di Notte, immerso nella lettura di uno dei tanti libri che ha raccolto nel tempo, anche collaborando con piccole case editrici indipendenti, o intento a immaginare una delle sue poesie. Il suo nome è Paolo Fiorucci, librario, poeta, ma anche direttore artistico del Festival “Libri dell’Entroterra”, ideatore del progetto “Borgo del libro” e da qualche tempo collaboratore per la Neo Edizioni. L’essere poeti, scrivere in versi in un tempo in cui tutti si vantano di saperlo fare, è di per sé già una sfida, che si aggiunge a quella coraggiosa di aprire un’attività commerciale in un luogo da cui in molti, soprattutto giovani, se ne vanno per cercare un futuro in città. “Dei miei amici, / in questa piccola città, / non è rimasto che il nome / sui citofoni / delle case lasciate per fuggire / - a vent’anni non basta partire - / a cercarsi una vita / lontano da Qui / dove abiti anche tu”. Nelle poesie di Paolo Fiorucci, come anche ben raccontato nella postfazione di Amedeo Di Nicola, ci sono echi, suggestioni e colori degli anni Novanta, come le imprese di Pantani, le famose bici BMX, i goal fatti e i rigori sbagliati da Baggio, ma anche l’eterno autunno del presente, gli ormai malinconici tralicci delle gru dell’Aquila, le nostalgie stampigliate sopra i campanelli delle case abbandonate e raccontate nei versi accompagnati da fotografie in bianco e nero, volutamente sbiadite come i ricordi di chi quelle dimore abitava e che ora tendono a diluirsi nel tempo. Eppure dentro al poeta libraio c’è sempre un minuscolo lume di speranza che guarda al futuro, un piccolo faro che guida il nostro personale Ulisse verso l’ultima libreria del mondo. “Io non sarò più io, / sarò un vecchio in attesa / dell’ultima libreria del mondo. Aspetterò come la moglie del pescatore, / come Penelope, come una partoriente: / sarò donna nella speranza fiduciosa / dell’ultimo cliente”.