Lo scrittore albanese Ismail Kadaré ripensa ai suoi anni in gioventù a Mosca, dove si trovava come studente dell’Istituto Gor’kij. Ricorda in particolare un dialogo enigmatico tra lui e un passante, che gli diede indicazioni stradali per raggiungere l’istituto: doveva prendere il filobus numero tre fino a piazza Puškin, costeggiare la statua del poeta sulla destra e attraversare la via Gor’kij, no? Ma il suo interlocutore lo sorprese negando l’esistenza della statua: si tratta, spiegava, di un monumento nerukotvornyj, non costruito da mani umane ma dalle anime, invisibile a tutti tranne ai matti — per esempio agli studenti dell’Istituto Gor’kij. Questo viaggio onirico si ripete nel corso degli anni. Kadaré è tornato a Tirana, le relazioni diplomatiche tra Albania e Unione Sovietica si sono interrotte, e Mosca è diventata di colpo irraggiungibile. Di notte sogna ancora i filobus che cigolano sulle buche, il monumento minacciato, le lacrime di una ragazza. Di giorno lavora in segreto a un romanzo sui suoi anni moscoviti, mentre il regime impone agli scrittori albanesi di immergersi nella vita degli operai e dei contadini delle cooperative agricole. Un giorno, all’Unione degli scrittori, Kadaré riceve una telefonata inattesa: è Enver Hoxha in persona, che si congratula per una sua poesia appena pubblicata. Lui riesce a dire solo «Grazie» tre volte, lasciando i colleghi stupiti. Questo episodio si sovrappone nella sua mente alla ben più celebre telefonata di Stalin a Pasternak riguardo all’arresto di Mandel’štam — una telefonata di cui circolano tante versioni, ciascuna più inquietante dell’altra. Kadaré le analizza tutte: a cominciare da quella proveniente dagli archivi del KGB stesso, ma anche da quelle dei testimoni più prossimi al poeta o quelle dei suoi conoscenti. L’inchiesta a posteriori che Kadaré conduce qui permette all’autore di immergere i protagonisti — Pasternak, Mandel’štam e una serie di romanzieri e poeti dell’epoca - in un’atmosfera assolutamente kafkiana, nella misura in cui l’intenzione del tiranno non è e non sarà mai nota, il che genera nei diretti interessati e nei loro vicini un comportamento «alla cieca», colti improvvisamente da paura, terrore e panico. E poi c’è il romanzo che Kadaré sta scrivendo, un’opera in tre parti: la prima intitolata Il ponte a tre archi, ambientata nel Medioevo albanese; la seconda, La nicchia della vergogna, sulla testa mozzata del visir Ali Tepeleni esposta a Istanbul; la terza incentrata sulla campagna sovietica contro Pasternak, sullo sfondo dei suoi anni moscoviti. Il romanzo ha una lunga gestazione — quasi un decennio — e lo scrittore lo alimenta di tanto in tanto, come per rabbonire un uccello bellissimo ma pericoloso tenuto in gabbia. Quando le prime voci sul premio Nobel cominciano a circolare anche attorno al suo nome, Kadaré non abbandona il manoscritto ma vi aggiunge pagine, quasi a sfidare il pericolo. Porta infine il testo a un editore, che lo sfoglia davanti a lui e individua subito il nome di Pasternak in mezzo a seicento pagine. Seguono due incontri tesi, in cui i due uomini si aggirano intorno al tema dela terza parte del romanzo senza mai affrontarlo apertamente, condividendo un tormento che nessuno dei due osa nominare del tutto...

Tra le ultime opere di Ismail Kadaré (1936-2024) questa occupa un posto del tutto peculiare. Pubblicato nel 2022, il volume sfugge a qualsiasi classificazione di genere: non è un romanzo, non è una biografia, non è propriamente un saggio, è frutto di decenni di ossessione intellettuale — quella che lo stesso Kadaré definisce, con disarmante semplicità, la sua «marotte», la sua fissazione — attorno a un episodio microscopico nella storia dell’Unione Sovietica ma di portata simbolica imponente. Tutto ruota attorno a una conversazione inquietante che ha avuto luogo tra il padrone onnipotente del Cremlino, Iosif Stalin, e un poeta di grandi promesse, Boris Pasternak: uno scambio durato appena tre minuti al telefono nel giugno del 1934. Per la precisione, la mattina del 23 giugno 1934 Pasternak ricevette una telefonata da Pokrebychev, il segretario di Stalin: «Il compagno Stalin le parlerà adesso». E Stalin prese il ricevitore: «Poco fa è stato arrestato il poeta Mandel’štam. Cosa può dirmi, compagno Pasternak?». Impaurito, Pasternak rispose in modo evasivo, sostenendo di conoscere poco Mandel’štam — un acmeista, mentre lui apparteneva a una corrente politica diversa — e non può dunque pronunciarsi sulla sua sorte. Stalin riattaccò dopo aver commentato tagliente: «E io posso dirle che lei è un pessimo compagno, compagno Pasternak». Ossip Mandel’štam era stato arrestato per aver scritto e letto in privato la celebre poesia Epigramma contro Stalin, in cui il Segretario del PCUS era definito «Montanaro del Cremlino» e morirà in Siberia nel 1938. Uno degli elementi più rilevanti del testo è il modo in cui Kadaré intreccia l’analisi storica con la propria esperienza. Nel 1958 Kadaré, giovane poeta, fu inviato a Mosca, all’Istituto Gor’kij, per imparare il mestiere di scrittore al servizio del Partito Comunista. Fu proprio in quegli anni di formazione moscovita che il futuro scrittore albanese sentì parlare per la prima volta della telefonata tra Stalin e Pasternak. Perché negli anni seguenti questo aneddoto diventò per lui una fissazione? Boris Pasternak e Ismail Kadaré hanno in comune di aver vissuto sotto regimi totalitari particolarmente feroci. Ed entrambi furono risparmiati durante quegli anni atroci in cui tanti artisti e intellettuali furono deportati o liquidati. Kadaré aveva ricevuto a sua volta una telefonata improvvisa di Hoxha che si voleva congratulare con lui per uno dei suoi poemi. Colto alla sprovvista, si era profuso in ringraziamenti servili, con sua grande vergogna. Questo episodio personale — la propria vigliaccheria momentanea di fronte al potere — è la chiave esistenziale del libro. Quando un dittatore chiama è un libro che si sottrae deliberatamente alle categorie. Non è la narrativa classica che ha reso celebre Kadaré, ma è forse un’opera più intima e più coraggiosa: quella di un anziano scrittore che, senza la protezione della fiction, si confronta a viso aperto con i propri fantasmi storici e personali. Un libro che, per la sua densità e la sua onestà intellettuale, merita di essere letto con la stessa attenzione acribiosa con cui Kadaré ha letto e riletto, per cinquant’anni, le tredici versioni di quella conversazione maledetta.