Quel “siciliano” di Montalbano

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Molto e spesso si è disquisito intorno alla lingua usata da Andrea Camilleri nei suoi romanzi, specie quelli di cui è protagonista il famosissimo commissario di Vigata. Lo stesso Camilleri è dovuto intervenire a spiegare che non si tratta, nel suo caso, di mere trascrizioni dal dialetto: è piuttosto un’operazione filologicamente complessa che riguarda il recupero non solo di elementi lessicali, ma di sostanze del significato che, altrimenti, non sarebbero esprimibili o non sarebbero esprimibili con la complessa densità di significato che sul piano del riferimento antropologico un certo lemma dialettale porta con sé.

Ma senza scendere nel più profondo strato della significazione lessicale, a noi basterà far cenno ad alcuni meccanismi più o meno consapevoli che ognuno dei lettori “non siciliani” mette in moto quando si trova a leggere – con piacere, peraltro, diciamolo subito! – un romanzo di Camilleri: al quale va riconosciuto almeno il merito o il coraggio di aver posto ogni parlante italiano (nel senso della lingua standard, se una ne esiste) nelle condizioni di incrementare le proprie conoscenze lessicali con un serbatoio di parole provenienti dalla lingua regionale. La qual cosa è stata fatta, ad avviso di chi scrive ora, non senza una vera e propria strategia inferenziale tesa a mettere ogni potenziale lettore nella condizione, se non di comprendere immediatamente il significato di ogni termine dialettale inserito nel tessuto linguistico nazionale, almeno di dedurne l’area semantica di riferimento. E questo è avvenuto soprattutto attraverso alcuni ‘sistemi’ o ‘strategie’ di scrittura abbastanza ben identificabili. Se ne accennano qui solo tre, per evidente necessità di sintesi: 1) l’inferenza diretta per “opposizione”; 2) l’inferenza indiretta situazionale; 3) l’inferenza indiretta funzionale. E ci si limiterà, per lo stesso motivo, a proporre un solo esempio per ognuna delle strategie inferenziali ipotizzate.

La prima consiste nel mettere il lettore in condizioni di dedurre direttamente il senso di un termine dialettale attraverso una semplice operazione di opposizione di significato: all’interno di una sequenza linguistica “italiana”, il termine dialettale posto accanto al suo opposto semantico italiano, consente facilmente al lettore di comprendere immediatamente il significato della parola. Ne L’odore della notte, ad esempio, si legge: «(…) oggi come oggi nisciuna pausa può essere concessa in questa sempre più delirante corsa che si nutre di verbi all’infinito: nascere, mangiare, studiare, scopare, produrre, zappingare, accattare, vendere, cacare e morire». Tutti verbi italiani all’infinito, tranne quell’isolato “accattare” che non sta per, l’italiano, appunto, “raccattare elemosinando” ma per il siciliano “comprare”: desumibile, ciò, dalla contiguità con l’altro verbo, suo opposto sul piano del significato, “vendere”.

La seconda strategia di scrittura, cui sembra frequentemente ricorrere Camilleri per assicurare al lettore non siciliano la comprensione di quel misto di italiano nazionale e regionale che è presente in quasi tutti i suoi romanzi, è quella della inferenza indiretta situazionale ovvero quella in base alla quale il lettore comprende il significato di una parola siciliana dall’interpretazione, per via indiretta, della situazione generale descritta. Si legge, ad esempio, in apertura de Il ladro di merendine: «Mentre beveva, taliò fora dalla finestra spalancata». A chi non sappia che il verbo “taliare” in siciliano significa “guardare”, non sarà difficile inferirne il significato a partire dall’analisi della situazione: Montalbano si trova, infatti, davanti ad una finestra spalancata e “talìa” fuori da essa, scorgendo la luce dell’alba. L’inferenza, per quanto indiretta, non ammette equivoci: “taliare”  significa “guardare” (e qui si potrebbe annotare, a margine, che la voce verbale “taliare”, al passato remoto nel siciliano parlato autentico, risulta “taliò” solo in alcune zone della Sicilia, mentre in altre è sostituito da “taliau”. Ma questo è un capitolo che necessiterebbe di un’analisi linguistica a parte e, per il momento, esula dall’assunto principale di questa breve premessa).

L’ultimo dei tre sistemi inferenziali qui suggeriti, ancora indiretto, è relativo alle funzioni linguistiche svolte da una precisa espressione. Ne Il birraio di Preston – che non è, però, uno dei romanzi di Montalbano –  si legge: «’Mi permette una parola?’ – spiò da una poltrona dove stava a leggersi il giornale il preside Antonio Cozzo». Il punto di domanda, che inequivocabilmente assegna all’espressione “Mi permette una parola” una funzione interrogativa, guida velocemente il lettore ad interpretare il verbo “spiare” (ancora una volta declinato secondo tradizioni dialettali di specifiche zone della Sicilia, al passato remoto “spiò” in alternativa all’altra forma attestata di “spiau”) non nella direzione semantica dell’italiano standard (secondo cui significherebbe “guardare di soppiatto senza essere visti”) ma in quella indirettamente recuperata del dialetto siciliano secondo cui il significato del verbo è “domandare”.

Insomma, quel dialetto siciliano usato da Camilleri nei suoi romanzi, se non suona come un vero pastiche e nemmeno come una mescidanza casuale, gioca ad ammiccare al lettore attraverso sfide linguistiche che lo conducono davvero “in fabula”, a far da protagonista inferenziale a quel complesso ma divertente gioco di rimandi che ogni romanzo compone tra scrittore e lettore inchiodando quest’ultimo alla pagina senza lasciargli alcuna possibilità di “cataminarsi”!

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