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Quel che ci tiene vivi

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Angeletto Zoccolaro fa l’avvocato e sa tenere i segreti, a differenza di parecchi tra i suoi colleghi. Si potrebbe pensare che siano poco numerosi gli avvocati chiacchieroni; in realtà non riuscire a tenere i segreti è, tra la categoria, la norma. La caratteristica principale di Angeletto è quindi, in una città di provincia, qualcosa che lo rende diverso, una sorta di difetto che gli viene perdonato solo nella misura in cui gli altri possono ricavare un maggior vantaggio dal suo silenzio piuttosto che dal suo pettegolezzo. Ecco perché Angeletto sa tutto di tutti: gli altri gli raccontano, gli chiedono consigli e sanno che nulla che possa danneggiarli uscirà mai dalla sua bocca. Bianca, sua moglie, dice che fa lo psicoanalista degli avvocati, ride di lui e del tempo che occupa a ricevere e ad ascoltare gratis i colleghi. Bianca fa davvero la psicoanalista come mestiere e guadagna più di lui. Lei ha davvero tanti clienti, mentre a lui capitano momenti in cui non se ne ritrova alcuno, soprattutto perché ne rifiuta molti, per diverse ragioni. Quel che è certo, è che lui ha piacere che il cliente – specie quando paga in anticipo – sia contento del suo operato. Non ritiene eticamente corretto tenerlo in bilico per troppo tempo e, nel frattempo, succhiargli soldi. L’etica, tuttavia, secondo parecchi dei suoi colleghi, è un difetto grave, soprattutto per chi, come lui, si occupa di diritto di famiglia. Certo, poi, che il suo lavoro è una fantastica legge di contrappasso per uno che la famiglia non sa neppure lontanamente cosa sia. Bianca, infatti, asserisce che spesso, quando lavora, lui non faccia altro che cercare di costruire la famiglia perfetta. Quella di cui lui stesso non ha goduto. I suoi genitori, infatti, hanno deciso un bel giorno di averne avuto abbastanza e hanno aperto il gas che, all’epoca, non aveva ancora tutte le sicurezze che oggi sono presenti in ogni casa. Hanno ingurgitato un certo numero di pillole, si sono sdraiati sul divano della cucina e hanno aspettato. Suo padre è stato trovato con la bottiglia di uno scadente superalcolico in mano. Sua madre invece, astemia, è scivolata sul pavimento della cucina. Lui si è salvato perché non era né nella sua stanza, né in quella casa…

Un’infanzia che è stata un percorso a ostacoli in un girone dell’inferno. Un vissuto che ciascuno dei due ha cercato di elaborare come meglio poteva: lui applicando un fermo immagine ai ricordi e bloccandoli, lei elaborando tutto ciò che ha vissuto. Angeletto e Bianca sono questo: due anime ferite, due anime che hanno fatto dell’oscurità che li ha travolti uno la propria casa, l’altra la via per arrivare alla luce. Lui è un avvocato, per una sorta di necessità di riparazione; lei è una psicoanalista, professione scelta per onorare il suo stato da sopravvissuta. Un presente vissuto insieme, attento a non urtare uno la ferita dell’altro, costruito per entrambi sulla scia di un passato abitato dal dolore, dalla sofferenza e dal male. La vicenda che Mariapia Veladiano – romanziera vicentina, insegnante e dirigente scolastica, una laurea in filosofia e teologia nel curriculum – offre al lettore è potente e affronta, come sempre, temi che caratterizzano il nostro mondo sempre in corsa, primo tra tutti la capacità di ascoltare e di sintonizzare la nostra frequenza a quella di chi ci circonda. I protagonisti della storia sono stati feriti, ma vogliono continuare a vivere, esattamente come tutti. E allora si deve credere nella speranza di poterle curare, queste ferite, di poter aggiustare e riparare quanto non è più funzionante o è stato danneggiato. In questa operazione di recupero, i bambini sono i migliori insegnanti. Sì, perché anche in questa storia, a un certo punto, un bambino farà il suo ingresso. E non si tratterà di un’entrata in scena silenziosa, tutt’altro. Con una prosa asciutta che colpisce le corde più sensibili del sentire, la Veladiano parla di famiglia, dell’importanza dell’essere visti per potersi salvare e del vedere per aiutare, a nostra volta, qualcun altro a salvarsi. Parla di comprensione, coraggio di volgersi al passato, pur se terribile, per cercarne gli appigli che possono consentire di proseguire il cammino verso il migliore dei futuri possibili.