Com’è trasandata e brutta la chiesa, pensa Lara mentre realizza che neanche le panche sono state cambiate da quando, dieci o dodici anni prima, è entrata per l’ultima volta. Basta un minimo movimento per farle scricchiolare e coprire la voce del prete. Com’è possibile, continua a chiedersi mentre i ricordi le invadono la mente, che i suoi genitori abbiano avuto un incidente tanto grave, mortale per entrambi? Lara li ha sempre chiamati “lumache” perché andavano piano in maniera imbarazzante per strada. Come diavolo è potuto accadere, quindi? All’ingresso della chiesa le pare di aver intravisto Francesca, l’amica d’infanzia con cui non erano rare le discussioni e i litigi. Come quella volta che voleva essere Sailor Moon a tutti i costi, solo perché i suoi capelli erano appena più chiari di quelli di Lara. Era intervenuta sua madre, quella volta, ricordandole che in fondo la sua preferita era sempre stata Sailor Mars e che, in ogni caso, poteva raccogliere un piccolo mazzo di fiori di campo, offrirli a Francesca in segno di pace e proporle di essere Sailor Moon a turno, una volta ciascuno. Negli ultimi anni pare che Francesca abbia esagerato con le tinte: ora è biondo platino e sembra davvero Sailor Moon. Lara torna con lo sguardo all’altare: Il prete muove le labbra, ma le sue parole non la raggiungono. È come se stesse seguendo un’omelia muta. Intorno a sé vede sorrisi imbarazzati e qualcuno, più coraggioso di altri, la saluta con la mano. C’è anche Valentino Biagi, il maresciallo dei carabinieri, accanto all’ingresso. Guarda a terra e ha le mani raccolte in preghiera. È stato un caro amico di suo padre, hanno frequentato le stesse scuole. Lara non ha pace. Accavalla le gambe, ma non riesce a trovare una posizione comoda. Il suo sguardo ora è posato sui dipinti delle vetrate appannate. Evidentemente nessuno si prende la briga di pulirle. O forse no. Sono i suoi occhi, pieni di lacrime, a vederle così. Lara non sa più da quanto tempo stia piangendo…

È un incidente d’auto la causa della morte di Filippo e Alice, i genitori della trentenne Lara, che torna a casa – quella casa nella provincia laziale da cui se ne è andata perché le era diventata stretta – per raggiungere la nonna paterna e assistere ai funerali. Ed è nell’abbraccio della nonna che la giovane prova a cercare conforto, mentre i ricordi – e soprattutto i non detti – del passato creano una sorta di tsunami da cui Lara viene travolta. Mille domande la tormentano, mille figure del passato riemergono e chiedono di trovare una collocazione nella rete del suo vissuto: qual è stato, per la sua famiglia, il ruolo dello zio Rocco, che zio non era, morto in circostanze piuttosto strane quando lei era ancora piccola? Quali segreti tormentano don Alfonso e quali dolori affannano Franco, eccentrico e strambo fotografo e forse responsabile della morte di Rocco? Un caleidoscopio di domande e dubbi si rincorrono nella mente di Lara, che cerca confidenze, tenta di sciogliere nodi, insegue verità. E intanto i suoi stessi ricordi, tenuti sotto chiave per tanto tempo, forse inconsapevolmente, tornano a galla e pretendono essere affrontati e metabolizzati. Un testo che parte lento, così come lento è il processo di accettazione di un lutto, ma poi accelera, man mano che la ricerca di una nuova consapevolezza si fa urgenza. Tra passato e presente, sogni e ricordi, Lara scopre la polvere nascosta sotto i tappeti dell’apparente apatia della provincia; indaga sui mille risvolti dell’animo umano e su quel che davvero si nasconde dietro a una solidarietà che non consola, perché finta e opportunista. Un romanzo intenso, una storia ben costruita che si interroga sul lato oscuro delle cose e sulla forza del perdono, che è spesso la chiave universale capace di aprire anche le porte più inaccessibili, quelle chiuse a doppia mandata.