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Quel tram di Istanbul

Quel tram di Istanbul

Un tram che oscilla a cadenza regolare fra due quartieri della città: parte dal cuore antico di Istanbul, Fatih, attraversa il Corno d’oro, risale la collina di Galata, l’antico quartiere genovese, e prima di arrivare al capolinea di Harbiye ti lascia a Beyoğlu, a piazza Taksim. Un tram che oscilla fra due spazi urbani, ma anche fra due tempi: uno è quello della tradizione, dei padri, delle cadenze melliflue, languide e cinguettanti della musica del mondo ottomano, spazzato via dalla Prima guerra mondiale; l’altro è quello della modernità, dell’elettricità, del foxtrot, del jazz, dei balli, dei vestiti corti che nei passi di danza mostrano i polpacci delle ragazze. La giovane Neriman, quasi ogni giorno, dopo aver studiato al conservatorio le musiche impolverate della sua tradizione, sale di corsa su quel tram e viaggia nello spazio e nel tempo: verso le profumerie, le vetrine dei negozi curate “come fiori”, le attrazioni della civiltà. Da qualche tempo il suo fidanzato Şinasi, anche lui studente al conservatorio, la vede cambiata, irrequieta. C’è forse qualcuno ad aspettarla all’altro capo della città? Cosa nasconde questa improvvisa smania di novità che vengono da occidente? “Quel tram si trasformò in un monito che risvegliava bruscamente tutte le aspirazioni di Neriman. Non appena lo vide, fu presa da un improvviso desiderio”…

Sebbene questo romanzo sia stato scritto nel 1931, la struttura spazio-temporale che gli sottende non è poi molto cambiata. Al netto di alcune dinamiche urbanistiche recenti, Fatih è, semplificando, un quartiere tradizionale e Harbiye-Beyoğlu il quartiere della movida, dei locali, delle discoteche. Già solo questo rende il romanzo di una certa attualità. In aggiunta, il dissidio culturale cui questo romanzo risponde era cruciale e dirimente negli anni ’30 del Novecento, ma lo è ancora per molti aspetti della cultura turca attuale. Qual è il punto di equilibrio, se c’è, fra tradizioni locali e innovazioni tecnologiche straniere; fra religione e costumi della modernità capitalista, fra adeguamento a una cultura globalizzata e protezione della propria autenticità identitaria, fra autocompiacimento nella tradizione e autodisprezzo nell’arretratezza? “Tutto ciò che facciamo è bizzarro e io lo odio”, dice Neriman a un certo punto, facendo esplodere sinteticamente il dissidio interiore che la complessità della dinamica culturale gioca nel suo intimo. Lei - qui emblema della piccola borghesia turca solo un decennio dopo la fondazione della Repubblica – ha visto che finalmente “gli stimoli che le venivano […] dallo scenario via via più civilizzato di Istanbul, dai libri, dalla pittura, dai teatri e dai cinema, trovavano compimento nelle nuove leggi”. La rivoluzione kemalista aveva scritto e ordinato il balzo in avanti dell’intera società. Ma se le leggi si possono scrivere in un giorno, il travaglio psicologico d’ogni individuo che si trova a vivere momenti di profondi rivolgimenti sociologici, esige tempi più lunghi, dibattiti, conflitti, scontri fra padri e figlie sulla morale e sui costumi. Il compromesso che sceglie Neriman in questo romanzo è, come si dice nel risvolto di copertina, “in pari misura prevedibile e inaspettato”. Il punto d’equilibrio, sembra dirci Peyami Safa – scrittore conservatore e nazionalista – sta forse proprio nel moto perpetuo di quel tram che oscilla da un estremo all’altro, che è contemporaneamente a un capolinea e all’altro, e che mentre scorre sulle rotaie scruta il paesaggio della città, gli occhi dei suoi cittadini che sono ponti fra sé stessi e il mondo là fuori.