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Quella volta a Londra

Quella volta a Londra

L’uomo che Olivia Belvestoke continua a spiare – e che si è accorto di esserlo – è Harry Valentine e in giro si mormora che abbia ucciso la fidanzata. All’età di dodici anni, Harry ha due peculiarità. La prima è che parla fluentemente francese e russo, oltre che l’inglese, lingua della nazione in cui vive. Il motivo ha un nome e un cognome: Olga Petrova Obolenskij Dell. Costei è la nonna, aristocratica e altezzosa russa che si è trasferita in casa Valentine quattro mesi dopo la nascita di Harry. La donna disdegna la lingua inglese – insieme alla cultura, alla storia e alla politica di quel Paese – e ritiene che ogni cosa, sulla faccia della terra, possa essere espressa in francese o in russo. Harry si è adeguato, quindi, e utilizza il francese per le occasioni eleganti, l’inglese per il parlato quotidiano e il russo nei momenti di maggior tensione emotiva. D’altra parte è cresciuto con le storie di Pietro il Grande e Caterina la Grande al cui confronto Elisabetta I – detta la regina Vergine, come se la verginità, sottolinea nonna Olga ogni volta che ne ha occasione, fosse qualcosa di cui andare fieri – è il nulla. La seconda peculiarità di Harry ha a che fare con suo padre. Sir Lionel Valentine è un ubriacone e il figlio è diventato un esperto nel pulire il vomito del padre. Tutto comincia all’età di dieci anni. Harry vorrebbe chiedere a suo padre qualche soldo, ma fa l’errore di decidersi troppo tardi. Sir Lionel ha già infatti gustato il suo cognac del pomeriggio, il goccetto di inizio serata, il vino della cena, il porto del dopo cena e di nuovo il cognac, per chiudere il cerchio. Quando il figlio avanza la sua richiesta, l’uomo lo fissa a lungo sbattendo le palpebre, come se non riuscisse a capire quel che gli viene chiesto. Poi finisce per vomitare sulle scarpe di Harry che è costretto, ovviamente, a pulire. Da quel momento le cose si ripetono uguali un sacco di altre volte. Sua madre ha deciso da tempo di ignorare la situazione e occupa le sue giornate in giardino, intenta a curare le rose. Sua sorella Anne appena compiuti i diciassette anni si sposa e si allontana da quello che ha sempre definito un “posto schifoso”, mentre Edward, il fratello minore, si comporta esattamente come lui: fa buon viso a cattivo gioco...

Secondo episodio della serie che Julia Quinn, dopo il successo della saga dei Bridgerton, dedica alla famiglia Bevelstoke. Se nel primo volume l’attenzione era concentrata soprattutto sulla figura di Miss Miranda Cheever, ora al centro della scena c’è Olivia: bellissima, intelligente, aristocratica e... annoiata. Ecco perché trascorre il proprio tempo a spiare il giovane uomo che vive nella residenza accanto alla sua e la cui vita pare avvolta nel mistero e nel pettegolezzo. Si mormora infatti di una fidanzata uccisa e Olivia è sempre più incuriosita, e niente affatto intimorita, da quel giovane che, tra l’altro, può vantare una gran bella presenza. La Quinn, come al solito, consente al lettore di entrare nel mondo e nella testa di Olivia e ne presenta non solo i punti di forza, ma anche le crepe e, soprattutto, le fragilità. Perché si sa che gli eroi imperfetti sono quelli che conquistano più rapidamente un posto nel cuore dei lettori. Olivia è irriverente, non si accontenta di essere apprezzata per la sua bellezza, è ironica e a volte poco riflessiva. E il suo incontro con il misterioso vicino di casa, quell’Harry Valentine che parla alla perfezione il russo e il cui passato merita di essere conosciuto, fa scintille. Esilaranti i dialoghi tra i due; tanto deliziose quanto poco verosimili le loro conversazioni alla finestra; spassosi e intrisi d’ironia gli accenni al romanzo gotico che è un po’ il filo rosso che collega le varie scene della storia. Accanto ai due protagonisti, poi, come è d’abitudine per i lavori della Quinn, c’è tutta una serie di comprimari e spalle che conferiscono ritmo al romanzo e lo pongono di diritto sullo scaffale della comedy of manners, ottimamente riuscita, tra l’altro. Al di là di qualche ingenuità – una tra tutte: la scena di un sequestro che non ha molta ragione d’essere e, per di più, si risolve in tempi talmente rapidi da non lasciare al lettore neppure il tempo per comprendere appieno di cosa si tratti davvero – il romanzo è gradevole, fluido, divertente e, soprattutto, nessuno soffre mai davvero.