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Quello che chiamiamo amore

Quello che chiamiamo amore

Ettore ha dieci anni e vuole salvare Elisa. Non la vede molto, perché non frequentano la stessa scuola. La madre del ragazzo ci tiene che lui e la sorella stiano il più lontano possibile da tutto ciò che potrebbe identificarli come membri del quartiere in cui vivono. Ecco perché li ha iscritti ad un’altra scuola, distante dalla zona di residenza, dalla quale la madre spera di andarsene al più presto. Ettore però riesce a sentire spesso la sua voce (il suo balcone è quasi di fronte a quello di lei, solo un poco più in basso), anche se non sempre ben distinta, perché sovrastata da quella ben più potente della madre. La mamma della piccola si chiama Lucia e ogni giorno pare non far altro che lamentarsi della presenza di Elisa e del fratello Gabriele. E urla, in continuazione, imprecando contro il destino che si è accanito nei suoi confronti, facendole fare due figli, che se potesse ucciderebbe volentieri. Queste frasi accompagnano il risveglio di Ettore, specie in estate quando il caldo è più intenso e si dorme con le finestre spalancate, e lo invogliano ogni volta ad essere grato alla sorte per avergli regalato una madre tanto diversa da Lucia. E dire che quando Lucia se ne va in giro per il quartiere è sempre sorridente e impeccabile, ben truccata e ben vestita e sembra una persona completamente diversa da quella che si rivolge sempre con astio nei confronti dei figli. Elisa ha pure un padre, ma è meno rumoroso della madre e, secondo Ettore, si tratta di una copia sbiadita del suo: sicuramente senza libri in mano – perché si tratta indubbiamente di una famiglia di ignoranti – ma schivo e magari succube della moglie. Ettore è convinto che quell’uomo sia un elemento di poca importanza nella costruzione dell’infelicità quotidiana di Elisa. Esce di casa al mattino presto, spesso prima che Ettore si svegli, e rientra la sera piuttosto tardi. Ogni tanto lo sente litigare con Lucia, ma non ne capisce bene i motivi, perché la moglie si affretta a chiudere vetri e persiane non appena il marito rientra in casa, anche in estate…

Quello che va ascoltato con maggiore attenzione in questo romanzo non è tanto il racconto della voce narrante, Ettore – bambino e ragazzo tranquillo prima, uomo incapace di capire il mondo che gli gira intorno poi, concentrato com’è a prendere le distanze da tutti senza provare un minimo di empatia per gli altri; uomo mosso da un’unica insana passione: salvare quella bambina dai capelli cangianti, sua vicina di casa, dalla povertà e dall’ignoranza cui la famiglia l’ha destinata, per farne la regina del suo castello – quanto il silenzio di Elisa, la bambina da salvare da una vita di miseria, la cui nuova esistenza perfetta, in cui ogni possibilità di scelta le è preclusa, si fa sempre più soffocante, fino ad esplodere e a mostrare tutto ciò che di sbagliato e falso si nasconde dietro quello che chiamiamo amore. Tassello dopo tassello Ettore costruisce la vita di Elisa, plasmandone ogni momento, nel nome di un sentimento che ritiene profondo e giusto, ma che mostra in realtà crepe profondissime, che nascono dall’esigenza inconsapevole – ma non per questo meno grave – e maschilista di manipolare l’altro, per farne un trofeo da esibire con orgoglio. L’amore, per Ettore, non è dialogo, non è coppia; è lui il regista della loro relazione, è lui che ha scritto la trama e le battute del loro vivere quotidiano. Il ruolo della moglie non è quello di intervenire con nuovi dialoghi o proposte alternative. No, a lei è chiesto solo di recitare il copione già scritto, che è l’unico possibile ed è perfetto così com’è. E, mentre l’angoscia e l’inquietudine finiscono per soffocare la donna, costretta in un ruolo che le è stato cucito addosso senza chiederle mai il permesso di farlo, Ettore non si rende conto di nulla, convinto com’è della rettitudine delle proprie intenzioni, e, quando tutto esplode, è chiamato a compiere uno sforzo enorme, forse superiore alle proprie capacità, per tentare di salvare la propria relazione. Deve fare un passo indietro, riconsiderare la geometria del nucleo familiare che ha costruito e guardarla da una angolazione diversa e nuova. Loreta Minutilli – dopo Elena di Sparta, finalista al Premio Calvino 2018 – offre al lettore una storia bellissima e molto più comune di quanto si possa pensare, una serie di istantanee che mostrano, con intelligenza ed estrema delicatezza, lo squilibrio che troppe coppie odierne vivono e, spesso, non affrontano. La scrittrice barese si sofferma, in maniera acuta e incisiva, sulle piccole cose che trasformano l’amore in sentimento malato, sui dettagli che si finisce per ignorare ma che dovrebbero invece mettere in guardia e spingere a cambiare direzione, prima che si faccia troppo tardi e gli eventi precipitino. Con una scrittura lucida ma capace di resistere alla tentazione di esprimere giudizi o dare risposte, la Minutilli entra con estrema sensibilità in una storia in cui tutto ciò che inizialmente sembrava romantico diventa morboso e soffocante, mentre i contorni tra i sentimenti opposti si fanno sempre più sfumati.