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Quello che manca

Costanza è una quarantenne per metà ligure e per metà americana. Ha perso da pochi mesi il marito, un famoso scrittore americano, con il quale è stata legata per sette anni e con il quale ha avuto una storia difficile, che l’ha lasciata vuota e in un totale disequilibrio. Decide di ritornare in Italia, a Firenze, nella pensione Ricci, che le ricorda la sua infanzia felice, quando il bel papà era ancora sano di mente e la portava lì; prima quindi della scelta dell’uomo di porre fine alla sua vita quando lei era adolescente. Alla pensione Ricci c’è anche Andrew, diciassettenne americano che è stato portato lì da suo padre, che è un noto scienziato che si interessa di fertilità. Andrew e Costanza si incontrano e cominciano a uscire insieme per visitare la città. In una di queste uscite Henry, padre di Andrew, e Costanza si incontrano. Tra loro nasce subito una forte attrazione. Il matrimonio di Costanza con Morton si è sbriciolato quando lei e il marito hanno cercato di avere un figlio, senza alcun successo. In un diario scritto dal marito Costanza scopre la verità, il loro rapporto è andato in frantumi perché Costanza aveva spostato la sua attenzione sul desiderio di maternità, distogliendola dallo scrittore, egocentrico e già malato che non aveva lo stesso desiderio di paternità, perché già padre, in seguito ad una relazione con una domestica. Costanza ritorna a New York e decide di andare a vivere con Henry e di iniziare con lui un rapporto duraturo. Non è facile affrontare questa scelta con i due figli dell’uomo, soprattutto con Andrew, che si sente come defraudato dal padre del suo rapporto con Costanza, che lui ha iniziato per primo e che sente così profondo e necessario. Henry chiede a Costanza di sposarlo e, poi, di avere un figlio. Per ottenerlo, Henry sa già che avranno bisogno della fecondazione assistita, perché la motilità dei suoi spermatozoi non è sufficiente a garantire una gravidanza. Nella vita di Henry c’è un mistero, la figura incombente di un collega, Isaac Shoenfeld, con il quale non sembra correre buon sangue, sebbene in passato siano stati legati da una profonda amicizia. C’è qualcosa che turba Costanza nei riguardi di Henry, qualcosa che le sfugge, ma anche il tempo fugge e il suo bisogno di essere madre ha un limite fisiologico che è troppo vicino per non fare le scelte in modo veloce. Quello che manca è il tempo…

Michael Frank, scrittore e saggista, vive tra New York e la Liguria, proprio come i personaggi del romanzo. Una delle caratteristiche del libro è la scrittura raffinata, curatissima, che Franck utilizza con maestria per narrare una storia molto attuale e che tocca le corde più intime dell’essere umano, il desiderio di avere una progenie, di diventare genitori. Visto l’argomento così intenso e forte, l’autore sceglie di dilatare i tempi della narrazione che ha un ritmo lento, che aumenta la tensione. L’attenzione precisa e quasi compulsiva alla narrazione dei dettagli, alle descrizioni si sofferma sulle cose materiali con cura e abbondanza di particolari, spostando l’attenzione del lettore sulle cose e gli oggetti, come a creare l’atmosfera giusta per poi inserire i personaggi e mostrarne, attraverso i dialoghi e i loro atteggiamenti, il loro stato psicologico, le loro recondite verità, i pensieri, le attese, le paure, i sentimenti. Attraverso questi indizi è il lettore che si fa un’idea dei protagonisti, si crea la loro immagine, li materializza. Lo sgomento di Costanza, la paura, i dubbi, la sofferenza radicata, il senso di incompiutezza; la ricerca di Andrew che avverte un senso di incompletezza, di inconsistenza, un sottile bisogno di appartenenza che sente negato. La sensazione è sempre quella che ci siano un’enormità di verità non dette, di pensieri nascosti, un senso di inquietudine che nasce da avere la sensazione di non sapere bene chi è vicino a te e di cosa, in verità, stia accadendo. C’è qualcosa che manca. Manca il tempo per Costanza, manca la verità per Andrew, manca la sincerità per Henry e il peso di una verità non detta. Una figura molto bella è quella del padre di Henry, Leopold, che ha vissuto la Shoah e ne porta i segni sul corpo, ma non sull’anima. Un uomo forte, intenso, vero che sa andare al fondo delle cose, che ha visto il male, ma sa costruire il bene ed è la fonte della verità, colui che apre le porte e svela i misteri, conoscitore di anime e personaggio intenso ed equilibrato. Uno dei temi principali è ovviamente quello della infertilità di coppia, del bisogno biologico e culturale, nonché psicologico, di diventare genitori. La trama scelta dall’autore, piena di complicazioni, però estremizzando il bisogno di generare quasi lo banalizza, fino a farlo diventare una sorta di pazzia, un’ordalia impazzita di scelte convulse e di cui non si vedono le conseguenze possibili. Non è solo la donna a venire travolta da questa necessità primordiale, ma anche inculcata dalla società, che ne estremizza il bisogno, ma anche l’uomo: Henry vuole anche lui essere padre a tutti i costi. Sotto questo suo desiderio ce ne è un altro, che si scopre dalle parole di Leopold: lui ha spinto il figlio a diventare un luminare della fertilità, perché nella sua carriera, potesse aiutare le coppie ebree ad avere figli per ricolmare di vite il mondo alle quali sono state strappate dal genocidio. Una pazzia storica che aggiunge amarezza, perché ci ricorda quello che l’umanità ha fatto. Michael Frank ha pubblicato nel 2017 I formidabili Frank, memoir sulla sua famiglia, selezionato da «The Telegraph» e «New Statesman» tra i migliori libri dell’anno e ha vinto il JQ-Wingate Literary Prize 2018, dimostrando con questo suo romanzo d’esordio la capacità di gestire storie complesse e di governare la scrittura in modo maturo e particolare.