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Quello che non siamo diventati

Quello che non siamo diventati

Roma, ore 17,30. Fuori il sole sta per tramontare e la strada sotto la finestra è invasa dal solito traffico, quello dell’ora di punta. Sara saluta la sua collega Francesca e Alex, il suo capo; spegne la luce vicina al portapenne, prende la sua giacchetta di jeans - del tutto inutile visto il caldo che fa in città - ed esce. L’aria di giugno la investe. Mentre si incammina verso la fermata dell’autobus, rovista nella borsa in cerca del cellulare. Lo trova, digita il numero di Michael e attende. Due, tre, quattro squilli, ma niente. Intanto l’autobus si avvicina e, con un soffio secco, apre le porte. Sara allontana il cellulare dall’orecchio, sale e osserva i palazzi tutti uguali, grigi e scrostati, e immagina chi, oltre quelle pareti, sta già preparando la cena. Prova a chiamare Michael ancora una volta, ma zero. Nessuna risposta. Quando scende dall’autobus c’è un po’ di vento, quello caldo che scompiglia i capelli. Sara aspetta che il semaforo pedonale diventi verde, mentre continua a fissare il cellulare, come se fosse in attesa della chiamata di Michael, che tuttavia non arriva. È da un po’ che Michael, suo fratello, non arriva. È diventato una specie di posto vuoto, uno di quelli in cui dovrebbe star seduta la persona più importante della propria vita - assolutamente presente ogni volta che c’è da festeggiare un traguardo raggiunto - e che invece è drammaticamente vuoto. Non è vuoto, invece, il divano di casa: quando Sara, appena entrata, cerca l’interruttore della luce e l’accende, vede Michael sdraiato a pancia in giù, un braccio a penzoloni e il cellulare sul pavimento. Un rivolo di saliva bagna il cuscino su cui è appoggiato, mentre nel lavandino i piatti del pranzo, e forse anche quelli della cena del giorno precedente, sono incrostati di pomodoro. Sara chiama il fratello scuotendolo, e il giovane apre un occhio, poi l’altro; si solleva e si stende di nuovo. Litigano, come al solito. Lei lo accusa di aver preso i cinquanta euro che lei aveva nascosto in un portagioie, lui nega e sostiene di cercarlo, un lavoro. Dice che non è facile e, mentre i due continuano a discutere, i toni si accendono. Sembrano due cani da combattimento, pronti a sbranarsi...

È necessario che un oggetto, anzi due, si rompa del tutto prima che ci si decida ad aggiustarlo, a intervenire su quelle crepe che, una volta ricucite, renderanno l’oggetto di nuovo integro e di maggior valore rispetto all’originale, proprio perché reso unico dai rattoppi? Forse sì e, comunque, questo è ciò che accade a Sara e a Michael, sorella e fratello protagonisti del romanzo di Tommaso Fusari, autore romano classe 1992. La vita non è stata generosa con i due ragazzi; li ha presi di mira fin da quando erano bambini e ha finito per ridurre in briciole la loro esistenza, rendendo uno estraneo all’altra. I due vivono sotto lo stesso tetto e, finché sono stati capaci di tenersi per mano e di far fronte comune di fronte agli schiaffi del destino, hanno saputo opporre resistenza alla disperazione e sono andati avanti. Quando però non sono stati più in grado di tener fede alla promessa che si erano scambiati da bambini, ecco che tutto è franato, ogni certezza si è ridotta in polvere e le strade di Sara e Michael hanno preso due direzioni completamente diverse. Sarà necessario, per ciascuno dei due protagonisti, un lungo viaggio dentro di sé, per ridefinire il proprio ruolo, ridisegnare i propri confini e ristabilire la priorità delle proprie relazioni. Fusari affronta tematiche importanti e lo fa senza indulgere nel banale o, peggio, nel melodrammatico. Sa scrivere con realismo ed è attento alle sfumature; sa entrare nel cuore dei personaggi e mostrare le loro ferite; sa raccontare il dolore e calibrarne la portata. Il lettore accompagna così i due giovani fino al bivio in cui, dopo tanto viaggiare in solitaria, le loro strade si incroceranno di nuovo, i loro cuori impareranno a riconoscersi e a rispettarsi e ci sarà spazio e tempo per nuovi cammini, forse sempre in salita, ma con la certezza di avere accanto chi saprà renderli un po’ meno bui.