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Quello che ti nascondevo

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Giuditta dorme in macchina. In realtà non dorme: ha perso i sensi perché è stata narcotizzata dall’uomo che in quel momento è con lei nell’abitacolo. L’uomo si gira spesso a guardarla mentre percorre una strada isolata sotto un temporale quasi tropicale. La guarda perché Giuditta è proprio bella. Elegante, pettinata con cura, vestita in maniera sensuale e con scarpe dal tacco giusto. Che peccato doverla uccidere! pensa l’uomo, mentre continua a guidare. Ha pianificato tutto in ogni dettaglio. Anche il più piccolo. Sacchi per mettere via i vestiti indossati e panni imbevuti che gli serviranno per far sparire le tracce nell’auto, tubo di gomma della grandezza necessaria per essere collegato al tubo di scappamento e poi infilato nel pertugio del finestrino, nastro adesivo per tenerlo fermo, le scarpe e gli abiti di Giuditta imbrattati lo stretto necessario per far sì che tutto torni con l’ambiente della scena del crimine, perfino le impronte della donna sul nastro adesivo che regge il tubo. Tutte queste operazioni vengono eseguite dall’uomo con Giuditta completamente incosciente e solo quando il gas dal tubo di scappamento investe l’abitacolo dell’auto la donna rilascia qualche colpo di tosse ma non si sveglia e passa dallo stordimento dei sensi alla morte senza accorgersi minimamente di quello che gli sta accadendo. Gli ultimi istanti di vita di Giuditta in quell’auto parcheggiata con il freno a mano tirato in una sperduta stradina di campagna sotto un temporale intenso vengono ripresi e immortalati dal suo assassino sul cellulare. Una sequenza di scatti precisi e realistici che nelle intenzioni dell’assassino andranno ad “arricchire” la personale collezione dell’uomo. Ma chi è quell’uomo e perché ha scelto proprio Giuditta come vittima?

Questo sarebbe stato un thriller classico, uno di quei romanzi di genere che possiedono una struttura narrativa ben precisa, quasi di “scuola”. E con molta probabilità le intenzioni autoriali erano proprie queste, perché gli elementi del thriller tipico ci sono tutti. Il crimine efferato, l’assassino, la morte improvvisa con i segreti che fa emergere e il protagonista alla ricerca instancabile della verità. Invece, i lettori di genere si ritrovano quasi subito a fare i conti con “errori” macroscopici e forzature della trama che vanno ad annullare irrimediabilmente la suspense, la credibilità e la bellezza del romanzo. Giuditta viene narcotizzata, come spiega la stessa autrice, da una sostanza chiamata alotano, che fa parte della famiglia degli idrocarburi alogenati, sostanze e prodotti non commerciabili e reperibili solo da personale medico o chimico farmaceutico. E quindi per il lettore di genere, abituato a leggere thriller in cui la narcotizzazione delle vittime è azione ricorrente e spiegata, a volte, anche nei dettagli, si abbattono subito due elementi di disturbo. Se l’assassino non fosse stato un medico con molta probabilità avrebbe scelto un anestetico di maggiore diffusione e commercializzazione al posto dell’alotano. Se invece è un medico, a pagina tre del romanzo il lettore sa già che professione svolge l’assassino. Pertanto, da qualsiasi prospettiva si guardi e si giudichi la scelta narrativa, non può che essere un fallimento totale per un thriller. Proseguendo nella lettura e quindi nella storia si scopre che quello che dovrebbe essere il protagonista pressoché assoluto della trama non compie azioni, non indaga, non segue nessuna pista ma tutte le informazioni e le risoluzioni degli enigmi gli piovono addosso come fortune insperate, dalla voce del possibile amante della moglie in uno dei vocali della donna morta che lui conserva ancora sul suo telefono, alla cartella senza nome che il proprietario di un negozio di informatica trova sul personal computer della defunta, la quale cartella ovviamente non è protetta da nessun codice e da nessuna password anche se contiene materiale riservatissimo e compromettente, agli hacker esperti di spionaggio internazionale che l’uomo, inspiegabilmente, conosce (l’autrice non spiega il come né il perché) che aiutano il vedovo nella sua investigazione istruendolo sulla possibilità di usare la ricerca per immagini sul web (!!!) - pratica conosciuta ormai anche dalle persone che sanno a malapena accendere un pc. Tutti elementi questi che in un thriller finiscono per essere considerati dai lettori di genere errori di una magnitudo così sfacciata da costringerli a interrompere la lettura più e più volte, con danno inevitabile sulla bellezza di quella tensione emotiva che invece dovrebbe costituire l’alfa e l’omega di ogni romanzo di questo genere. Infine, una osservazione va anche allo stile e al linguaggio autoriale che con frasi come “l’attesa del piacere era più intensa del piacere stesso” o “conservati come oggetti porte-bonheur” conficcano l’ultimo chiodo nella bara della suspense e di tutto il libro.