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Questa è l'acqua

Questa è l'acqua

La dissociazione - la realtà mai così reale proprio perché influenzata dalla distorsione della mente - è il dramma di un ragazzo alle prese con la depressione e i suoi drammatici effetti collaterali; la ripidissima e grottesca china di una coppia che cerca di affrontare i pericoli della vita solo con la forza dell’amore; il tema della perversione, frutto dell’ignoranza; la vita ridicola di un uomo ridicolo dalle doti ridicole incastrata nel sempre caro discorso sull’economia; la pantomima di un triangolo amoroso; la trascrizione del discorso per la consegna delle lauree al Kenyon College nel 2005...

Sei testi che spaziano dal breve al brevissimo, scovati con il lanternino tra i numerosi pubblicati dall’autore durante gli anni ottanta e novanta sulle riviste del Mondo Libero. Sono la celebrazione commerciale di David Foster Wallace a un anno dalla morte, e già si annuncia un analogo volumetto di saggi inediti. Alla scrittura wallaciana siamo ormai abituati: ristampe, articoli, progetti di lettura collettiva hanno impinguito l’editoria di mezzo globo terrestre solo negli ultimi dodici mesi. Ciò che sfugge ancora è la dimensione di questo autore, così fondamentale per lui - maestro del paradosso aritmetico, spaziale e verbale - così poco pertinente per la lettura massificante. Questa è l’acqua diventa perciò il giusto preludio allo scempio preannunciato del postumo The Pale King. Lasciamoli rifiatare questi cadaveri delle lettere, anche il genio della lampada deve poter riposare prima di esaudire desideri! Eppure tra queste pagine si può trovare un poco di quella polvere di fata, soprattutto nei racconti cronologicamente più lontani. "Il pianeta Trillafon in relazione alla Cosa Brutta" (1984), ingiustamente posto a metà raccolta, è carico addirittura di una valenza storica: è in assoluto il primo racconto pubblicato da Wallace, all’epoca appena ventiduenne e in sovraccarico di antidepressivi. Provate a visualizzare quella ormai nota fotografia in bianco e nero che ritrae un David magro, butterato e dal capello corto, lontano anni luce dalla sua polifaga maturità; è sotto ogni aspetto il canovaccio di questo racconto doloroso, verace e privo di fronzoli lessicali se non quelli attribuibili all’anagrafe. Semplicemente, un ragazzo che racconta con acidità il suo penoso trascorso. "Solomon Silverfish" (1987) è invece la vera gemma, la corsa che vale il prezzo del biglietto. Il sordido che si cela nei personaggi ha qualcosa di magnetico, anche nei frangenti meno ispirati, poiché realmente nessuno è virtuoso: è la menzogna che tiene vivi i rapporti, una menzogna fondata sull’amore, resistente ad ogni scalfitura, prodromo di quella verità che ci renderà liberi. Eppure Solomon e Sophie non lo saranno mai, l’uno marcirà nel suo castello di salvifiche bugie, l’altra sarà il campo di battaglia preferito per la grettezza del decadimento fisico. E Wallace invece? Sì, ne son certo, ora la verità ha finito con lui.