Salta al contenuto principale

Questa notte mi ha aperto gli occhi

Questa notte mi ha aperto gli occhi

Fine anni ’80, Londra. Il giovane tastierista e pianista William è molto scontento della piega che la sua esperienza con la band degli Alaska Factory sta prendendo. Il gruppo – un bassista/cantante tutto sommato decente, un chitarrista mediocre psicopatico che cambia le corde a ogni prova e un batterista che tiene (a fatica) sempre lo stesso tempo indipendentemente dalla canzone – ha persino un manager che paga di tasca sua le prove, l’ambiguo maneggione Chester, e ha appena sfornato un demo. Ma è un demo francamente quasi inascoltabile, e le tensioni tra i membri della band su look e repertorio stanno raggiungendo il parossismo. In più, William sta assieme (ma i due non sono andati mai oltre un bacio) con la sfuggente, moralista e depressa Madeline nel cuore della quale non riesce a fare breccia, non ha mai una sterlina in tasca e vive con una tipa che fa il turno di notte, si fa picchiare dal trucidissimo fidanzato spagnolo e con la quale comunica solo tramite post-it. Così, quando Chester gli propone di entrare in una nuova band, William accetta e si reca a conoscere gli Unfortunates pieno di entusiasmo: non sa che sta per essere testimone di un violentissimo omicidio...

Arriva anche in Italia uno dei primi romanzi di Jonathan Coe, un divertente noir sul mondo della musica underground, quell’ambiente fatto di sale-prova con la moquette puzzolente, amplificatori che fischiano e localacci con acustica allucinante che chiunque abbia mai militato in una band conosce alla perfezione. Rielaborazione di ricordi giovanili a parte, Coe paga un tributo affettuoso alla New Wave inglese di fine anni ’80 (il libro è del 1990), fotografata nel delicato – e confuso – passaggio dalla integrità punk e post-punk degli inizi alla stagione del crossover e della contaminazione con altri stili musicali. Non stupisce che ogni capitolo sia introdotto da una citazione di un verso di Morrissey, controverso leader degli Smiths, che ‘regala’ anche il titolo di una sua canzone al libro. Il tono è scanzonato, anche nelle sequenze più drammatiche, e stile e trama sono meno articolati che nei romanzi che hanno reso celebre Coe, ma il plot giallo tiene, fino al convulso finale splatter. Il romanzo è seguito da una gustosa appendice di fiction nella quale il protagonista vive un’avventura extraconiugale con una giovane giornalista in occasione di un festival cinematografico dedicato all’horror e al fantastico nel quale fa il giurato (e durante il quale come giurato fa di tutto – in una sorta di patetico ma affettuoso tentativo di compensazione – per premiare un film con la colonna sonora scritta da una sua ex amante lasciata in malo modo qualche tempo prima) e preceduto da un breve articolo introduttivo non di fiction nel quale Coe racconta la sua esperienza autobiografica di musicista e aspirante rockstar, da teenager fan dei T. Rex di Marc Bolan a impavido esploratore di suite jazz-progressive in 9/8 (malgrado lui e il suo gruppo facciano fatica persino a tenere i 4/4). Anche la saga della band dello scrittore britannico, come avviene nel 99,9% dei casi, è vissuta per qualche anno sull’entusiasmo acritico di un gruppo di ragazzi e si è infranta sugli scogli della noia, della fatica, delle incomprensioni, della mancanza di interesse da parte dell’ambiente discografico e del mondo. Ci siamo passati in tanti, Jonathan.