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Questa strana e incontenibile stagione

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Osservare da dietro un vetro strade vuote che si srotolano e che sembrano infinite, stare sotto il potere livellante di un virus, sotto il suo scacco micidiale che ci ha reso poca cosa, piccole figure fragili e impotenti. Come muoversi in questo paesaggio spettrale, quali istruzioni prendere e dove? A chi chiedere consiglio, tutela, educazione dello sguardo per poter almeno tentare di sbirciare oltre la fitta coltre di nebbia? I Pensieri di Marco Aurelio possono essere una cartina non per salvarsi - ché è materia decisamente al di sopra delle possibilità umane - ma per trarre due insegnamenti importanti: “Parlare con sé stessi può essere utile. E scrivere significa che qualcuno ci ascolta”. Entrambe sono le pratiche interconnesse di un esercizio univoco: leggere la realtà così per come ne si prende parte in quanto persona e abitante del pianeta Terra. E quindi nessun evento è staccato dall’altro nell’intricata trama della Storia mondiale, perché ogni evento è causa di un evento successivo e conseguenza di un evento precedente. Non lo è la morte di George Floyd e le manifestazioni di Black Lives Matter che hanno ribadito la necessità di una narrazione meno romantizzata della responsabilità collettiva. Non lo è la sciagurata presidenza di Donald Trump capace di frantumare sotto i piedi le uova della diplomazia e ridurre una Nazione a un teatro di squilibri sociali, animato da burattini psicopatici razzisti e guerrafondai. Non lo sono tutti i racconti sulle figure professionali prima d’ora invisibili e bistrattate, che nel periodo più nero della pandemia hanno mantenuto la posizione e sono emerse - con accenni di melodramma tipico delle narrazioni romantiche - come figure chiave, necessarie e delle quali abbiamo apprezzato e riconosciuto l’essenzialità. E con esse - nel nostro essere figlie e figli del capitalismo e della logica che il denaro può tutto - abbiamo scoperto che non lo sono nemmeno la sanità e l’accesso alle cure, campo aperto di speculazioni e privatizzazioni senza scrupoli, vero terreno di sperequazione sociale, mannaia che spacca via il mondo delle povertà e delle marginalità dal primo mondo della ricchezza opulenta. Non lo siamo noi, con le nostre vite private, che da un giorno all’altro abbiamo sperimentato la vulnerabilità di quello che siamo contro la presunzione di onnipotenza sul cielo e sulla terra; che all’improvviso abbiamo dovuto reinventarci uno spazio e abbiamo scoperto - sì, lo abbiamo scoperto con grande scandalo e orrore - che esiste la violenza domestica, l’inaccessibilità alle cure all’istruzione e alla cultura, lo sfruttamento del lavoro, il razzismo, la misoginia tossica e l’omolesbotransfobia…

La pandemia che ha costretto chiunque a riconsiderare il proprio spazio domestico, ha fornito anche l’opportunità per soffermarsi a riflettere sulle priorità della vita, sulla gerarchia che si è data ai propri bisogni e alle necessità immediate, alla qualità delle relazioni e al valore dato ai luoghi. Chi come Zadie Smith, poi, ha il dono di trasformare una meditazione privata in oggetto e strumento di analisi pubblica fa della contingenza un momento di riflessione approfondita su quello che siamo o su quello che siamo diventate come persone destinate a vivere una porzione del proprio tempo su questa Terra. Con quali occhi guardiamo, con quali esigenze ci muoviamo, quale sguardo gettiamo sugli altri esseri umani, quali retrospettive attiviamo per considerare la natura che ci compone oggi sono argomenti di una materia delicatissima che, alla luce di una pandemia che ha falciato milioni di vite in tutto il mondo, si dimostra essere una membrana sottile pronta a sfaldarsi o che è già ceduta in alcuni punti. In questi sei brevi saggi Zadie Smith mette al centro la fragilità degli esseri umani, i loro interrogativi sulla vita e sulla morte, la trasformazione antropologica e sociale della sfera sentimentale (privata) e relazionale (pubblica), la divaricazione storica ed economica della povertà e della ricchezza. Come ci ha già abituati, la sua è una scrittura che parte dall’interno, cioè da se stessa, dalla sua vita privata, dal suo punto di osservazione privilegiato di scrittrice e donna a cavallo tra vecchio e nuovo continente. Questa strana e incontenibile stagione è la cronaca privata del lockdown visto da una finestra molto ampia e luminosa, che volge su un crocevia di strade in cui si intersecano Europa, Stati Uniti e, diremmo, mondo intero. In questo modellino di universo attonito ci siamo anche noi che abbiamo cantato e giocato a tennis dai balconi; che abbiamo applaudito chi si è messo sulle spalle il Paese; che abbiamo imprecato contro le misure restrittive utilizzando malamente il linguaggio e le sue forme; che per un po’ abbiamo resistito per poi ritornare ad essere lamentosi come prefiche. E quando abbiamo sollevato appena lo sguardo dallo sprofondo del nostro ombelico, abbiamo scoperto che fuori dalla nostra zona di conforto - di Playstation e Netflix e Glovo - c’è un mondo famelico che ingurgita corpi e ne spezza le ossa nel silenzio indifferente dell’umanità. Se sarà andato tutto bene ce lo diranno le future Zadie Smith con il loro sguardo acuto e perforante, con il loro desiderio di non lasciare andare perduta una sola parola, una sola goccia di sangue.