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Questo ondulare della terra

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Tutta una vita separa la bambina scoiattolo, che ama arrampicarsi sugli alberi e nascondersi tra le fronde dei rami, e la donna che sosta all’ombra delle tuie giganti con il motore spento. La piccola osserva la madre dall’alto quando interrompe il suo lavoro nei campi, per avvertire il marito che deve assolutamente farsi visitare dal ginecologo “…non sto bene e aveva / posato in terra l’ultima cassetta / colma di pere…”. Si incammina facendo affidamento solo sulle proprie forze, lasciandosi alle spalle quella terra che rappresenta tutta la sua vita, nessuno può soccorrerla “Lui –il Padre- l’aveva accompagnata / solo con gli occhi / dicevano / devo rimanere qui / ci sono consegne / da rispettare”. Quando torna non può fare a meno suo malgrado di riportare al marito il triste verdetto del medico: il bambino è a rischio, lo potrebbe perdere, dovrebbe smettere di lavorare nei campi. Ma non se lo può permettere, lo sanno entrambi; l’unica concessione possibile è smettere di alzare pesi eccessivi. La donna sosta all’ombra ad assaporare il suo caffè, mentre la ragazza scoiattolo, sua figlia, le si avvicina, poi riprende imperterrita il lavoro nell’orto; ad attenderla ci sono i pomodori, che si sono salvati dalla siccità, ma anche tutte le altre piante che devono ancora ricevere l’acqua per sopravvivere. Ricordare questa storia può far male, specialmente mentre si apprende dalla televisione del ritorno dei talebani a Kabul. Le donne sono di nuovo perseguitate e private della libertà “…soltanto gli occhi ora / gridano richiami / dal burka nero…”. Gli oppositori che si ribellano agli estremisti finisco giustiziati e i loro cadaveri sono esposti come monito per richiamare la popolazione all’obbedienza. Nelle strade cortei di donne coraggiose sfilano per i loro diritti, forse sperano che l’Occidente le guardi e si mobiliti per difenderle. L’aeroporto di Kabul viene preso d’assalto: molti decidono di fuggire per salvarsi dal nuovo regime talebano, le scene che arrivano dai telegiornali fanno riflettere. Ed è allora che i ricordi tornano all’estate in cui la contadina non può fare tutto il possibile per il bene del suo bambino, così lui viene al mondo prematuro, perché “… i figli della gente modesta / nascevano o morivano così…”: non ci sono altre possibilità, devono essere abbastanza forti fin dal periodo della gestazione…

Un fratello e una sorella – lei la bambina che diviene donna e spegne il motore all’ombra delle tuie, citata nei primi versi – ricordano il loro passato, dall’infanzia della piccola che fu contraddistinta dalla nascita del fratellino. Gli eventi che interessano l’attesa del bambino e il suo primo periodo di vita sono narrati con costanti riferimenti alla fatica che la madre doveva sopportare nel suo lavoro nei campi, sempre legata alla necessità di occuparsi delle piante che davano da mangiare alla sua famiglia, o impegnata nella cura della casa. A fare da scenografia a questi eventi, una natura rigogliosa messa alla prova dalle condizioni atmosferiche, non sempre favorevoli, e penalizzata da metodologie arretrate di lavorazione della terra. A tutto questo si contrappongono le vicende internazionali del mondo evoluto, che vengono facilmente apprese attraverso i mezzi di comunicazione di massa; in particolare la fuga all’aeroporto di Kabul di europei e afghani messi in crisi dal ritorno degli estremisti islamici. Eppure tra la comunità contadina e le vicende del mondo arabo del ventunesimo secolo esiste un punto di contato: ambedue le realtà tanto diverse sacrificano la donna o oltraggiano i suoi diritti, la donna non è libera di manifestare il suo coraggio e di esprimere la sua intelligenza. Marisa Cecchetti ha raccolto tutte queste testimonianze e le ha riportate nella sua opera attraverso un linguaggio poetico narrativo, assai vicino alla prosa non solo per contenuto ma anche per stile: il risultato è un poemetto che racconta le vicende in modo piacevole, scorrevole alla lettura, da “consumarsi” tutto d’un fiato in una sera. Per fingere di fare un salto temporale, tornare con la fantasia alla vita contadina della campagna toscana, dura da affrontare quando ancora non esistevano trattori o prodotti chimici, ma spontanea nei rapporti umani e in sintonia con ogni essere vivente. Il fine è riscoprire le nostre origini, impedire che gli strumenti di comunicazione moderna ci facciano dimenticare che deriviamo da quella ormai “antica” realtà. Marisa Cecchetti vive a Lucca. Poetessa, scrittrice e traduttrice, ha collaborato per varie riviste telematiche con articoli e recensioni. Tra le sue pubblicazioni la raccolta di racconti Maschile femminile e plurale (Giovane Holden, 2012), la silloge Come di sola andata (Il foglio 2013) e il romanzo Il fossato (Giovane Holden, 2014). È impegnata anche con l’Associazione Cesare Viviani di Lucca per la presentazione degli autori emergenti.