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Qui non succede mai niente

Qui non succede mai niente

Antoine in realtà l’amava, Fanny. Anche se lei l’aveva lasciato, o forse proprio per quello. Com’era quel detto? Le cose le apprezzi solo quando non le hai più. E lui le speranze di stare di nuovo con lei se le era belle che giocate. Nessun rancore, in apparenza. I due continuavano a salutarsi e persino a chiacchierare se per avventura si incontravano da qualche parte. Ma Antoine per lei era troppo immaturo, troppo alieno da ogni tipo di responsabilità. Niente lavoro, niente casa - si era ridotto ad abitare in una stanza messa a disposizione dai genitori nel loro hotel - niente idea sul futuro. Un figlio piccolo, nato da una relazione già morta in partenza, ancora pateticamente tenuta in piedi mentre già si portava a letto Fanny; per dire il tipo di uomo. Ma ora la relazione è finita da tempo. Così come l’estate, e quella piccola cittadina francese che grazie al lago di Annecy attira in quel periodo tante persone, ora diventa di nuovo ciò che è sempre durante l’anno: un piccolo borgo silenzioso e un po’ spettrale, dove anche i semafori che cambiano colore rappresentano un diversivo dalla monotonia. È così tutti gli anni, tranne in quest’ultimo. C’è una voce che si sparge lenta come una marea, ma altrettanto inesorabile. Il lago ha sputato un cadavere, e non è una turista ma una del luogo. Mangiata dall’acqua e dal fango, i medici legali impiegano qualche ora per dare a quel morto un nome e una dinamica. Omicidio, si afferma. E la vittima è Fanny. Il paese ribolle di sgomento e indignazione. Tutti - non solo l’autorità giudiziaria - sgomitano per dare un nome all’assassino. Tutti, inevitabilmente, guardano con sospetto proprio Antoine...

Qui non succede mai niente di Olivier Adam ha un titolo che sembra un manifesto programmatico, un avvertimento per il lettore. Non succede niente. O meglio, le cose che succedono sono di una tale lentezza che si fatica a isolarle dal mare magnum delle elucubrazioni e delle digressioni di contorno. Il romanzo è strillato come “noir pieno di suspense” ma non ne ha il passo. La narrazione è affidata al racconto di alcuni personaggi, a volte in prima a volte in terza persona, e spesso - troppo spesso - si sfilaccia in divagazioni e considerazioni che si fatica a tenere insieme. Lo stesso evento scatenante, il ritrovamento del cadavere di Fanny sulle sponde del lago, già conosciuto dal lettore perché spoilerato in lungo e in largo, buon ultimo nella bandella, arriva dopo lunghissimi capitoli di presentazione dei personaggi, e fa sospirare un esausto “finalmente”. Le cose da lì in poi migliorano, ma solo di poco. Evidente è l’intenzione dell’autore di costruire un dramma psicologico, entrando nelle dinamiche di un microcosmo quale è il piccolo villaggio di provincia, esplorando tensioni e relazioni, e prendendo in prestito gli stilemi del mistery. Ma il piatto manca di alcuni ingredienti, e risulta un po’ insipido. Adam indugia molto nell’atmosfera, poco nella storia in sé. Il risultato è un romanzo pastoso, vagamente rivestito di mistero per seguire il quale è necessario però sorbirsi pagine e pagine di superfluo. Si arriva alla fine applicando generosamente il decalogo di Pennac sui diritti del lettore, specie il punto numero due: saltare le pagine.