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Qui tutto è possibile

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I Künstler lasciano Vienna nel 1939. Per fortuna non è troppo tardi, ma rischiano davvero di non fare in tempo a salvarsi dai nazisti, obnubilati come molti dagli agi che hanno condotto fino a poco tempo prima. Sono vissuti nella città austriaca per oltre un secolo e solo dopo l’invasione da parte dei tedeschi, che passano sotto le finestre di casa avanzando a passo d’oca, si rendono conto che in quella città non c’è più posto per loro. Convinti da sempre che Vienna sia la città della musica e dell’amore, non realizzano nell’immediato i problemi che si stanno accumulando. Poi però la piccola Mamie viene prima privata del suo banco, a scuola, e costretta a seguire le lezioni in piedi dal fondo dell’aula, poi addirittura espulsa. Suo padre, Otto Künstler, perde il suo posto di professore del conservatorio, poi gli viene proibito di esibirsi nelle sale da concerto e ogni sua opera viene messa all’indice. Un giorno Mamie e il nonno, durante una passeggiata per le vie della città, assistono a una scena raccapricciante: notano un capannello di persone che sta ridendo e schernendo una donna, un’anziana ebrea, che è stata costretta a mettersi a quattro zampe per pulire, con una spazzola, il marciapiede lercio. Non paghi, dopo che la donna ha strisciato la spazzola svariate volte avanti e indietro, le persone assiepate intorno a lei cominciano a malmenarla: volano pugni, calci e pesanti offese. Il nonno trascina via Mamie. I due rientrano in casa e da quel momento le passeggiate sono bandite. Segue un periodo durante il quale la ragazzina nota in casa uno strano andirivieni. Poi, una sera, Mamie riceve l’ordine di preparare una borsa con tutto ciò che ritiene essenziale. I Künstler partono. Abbandonano l’Austria per raggiungere una meta lontanissima, un paese bagnato dall’Oceano Pacifico, un mare rumoroso e sempre attivo, che lavora giorno e notte per produrre una serie infinita di onde gonfie che si schiantano, una dopo l’altra, a riva. Appena i Künstler arrivano in California e, a bordo di un’auto inviata dagli studi cinematografici a prelevarli, attraversano le strade di Los Angeles, Mamie osserva rapita dal finestrino le palme alte e sottili, le casette piccole e i giardini da troll. La California le piace. Molto…

Il nuovo romanzo di Cathleen Schine – autrice statunitense laureata in Storia medievale e nota al pubblico dei lettori italiani soprattutto per il romanzo La lettera d’amore, libro di enorme successo pubblicato da Adelphi nel 1996 – si serve di un evento di portata mondiale del recente passato per traghettare il lettore negli anni del secondo conflitto mondiale. Il dilagare del virus SARS-CoV-2 e il successivo lockdown sono l’occasione per Salomea Künstler, detta Mamie – novantatré anni portati con fierezza e una memoria d’acciaio – per raccontare al nipote Julian, alla ricerca di un posto nel mondo nel quale sentirsi davvero appagato, il passato, a partire dal momento in cui ogni certezza cade e nulla è più uguale a prima. È il 1939 l’anno della svolta, quello in cui l’accanimento contro gli ebrei spinge la famiglia Künstler ad abbandonare Vienna e a trovare rifugio in California, quel lembo dorato di terra in cui ogni sogno è realizzabile. In quell’avamposto della Mitteleuropa, dove si parla tedesco e ci si costruisce il destino, i Künstler possono beneficiare del fondo – istituito dal produttore cinematografico di origine ebraica Ernst Lubitsch e dall’agente Paul Kohner – che aiuta gli immigrati ebrei a ottenere i documenti necessari per l’ingresso nel Paese. Carte firmate a garanzia dei profughi, che riescono così a trovare lavoro, produrre un reddito e non gravare sulla nazione che li accoglie. Il racconto di nonna Mamie a Julian è ricco, non tralascia alcuna sfumatura e mostra la grinta, la volontà e la dignità di un popolo capace di rendere un luogo sconosciuto casa, viverlo nel rispetto di sé e degli altri e gettare le basi per un futuro fatto di sacrifici e di soddisfazioni. Allo stesso tempo il giovane nipote sentirà la necessità di interrogarsi e soffermarsi a definire le priorità e le esigenze della propria esistenza. Con un linguaggio semplice e piuttosto asciutto Schine mostra in maniera efficace il tormento di chi è costretto a fare tabula rasa del proprio passato e delle proprie tradizioni; racconta il coraggio che caratterizza profughi ed emigrati; mostra come si possa sopravvivere alla cancellazione di amicizie, vite, carriere; parla di speranza, sogni e voglia di farcela, nonostante tutto.