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Quinzinzinzili

Quinzinzinzili

Il suo nome era Gérard Dumaurier, questo lo ricorda. Lo ricorda, lo scrive, ma per chi scrive? Deve essere pazzo, pensa di sé mentre scrive. Sul suo diario scarabocchia qualcosa e poi deve interrompersi per la vertigine, di fronte al vuoto che gli si spalanca di fronte. Passano giorni, forse settimane o mesi: come potrebbe saperlo? Cosa sono i mesi? Un tempo troppo lungo da considerare, in una vita come quella in cui si ritrova ora. E comunque non rimane più nessuno che sappia leggere, ormai. Egli, che era precettore di Charles e Ratbert, i figli di lord Clendennis, che è istruito e civilizzato e sa citare Shakespeare, ora è in grado a malapena di accendere un fuoco. Però è l’unico che ricordi quello che è successo, e per questo scrive. Il suo diario è un libro di storia. Nel 1934, mentre la popolazione francese si indignava per qualche scandalo di poco conto o qualche avventura di briganti, il Giappone isolato organizzava la colonizzazione della Cina. In preparazione di un conflitto che si preannunciava enorme, ogni stato correva a cercare alleati e, quando la Seconda guerra mondiale scoppiò, fu davvero di proporzioni disumane. Uno scienziato giapponese, un tale Tokuko Hayashi, inventò un isomero di protossido d’azoto capace di moltiplicarsi nell’aria, innescando una reazione a catena tra l’ossigeno e l’azoto dell’atmosfera, e di avvelenare le persone trasformandone il viso in un sorriso, in un ghigno. Così scomparve l’umanità, dato che il riso è il proprio dell’uomo...

Régis Messac fu critico letterario, romanziere e pacifista militante. Arrestato durante l’occupazione nazista della Francia, fu deportato in diversi campi di concentramento e se ne persero le tracce. Questo romanzo, tradotto per la prima volta in italiano, è del 1935 e colpisce per l’accuratezza della profezia riguardo alla guerra mondiale che sarebbe scoppiata di lì a qualche anno. L’autore immagina una situazione post-apocalittica, un mondo in cui l’umanità intera è stata distrutta da un terribile gas che uccide deformando il viso delle persone in un sorriso. Gli unici sopravvissuti sono dei bambini trovatisi per caso dentro una grotta durante le esplosioni devastanti, accompagnati da un adulto – la voce narrante – che ne annota le gesta. Con un dispositivo narrativo ormai classico, l’epopea della nuova umanità nascente diventa lo specchio, da un punto di vista privilegiato poiché privo di sovrastrutture e complicazioni, della condizione umana dell’Occidente alla vigilia della Seconda guerra mondiale. Con sguardo fittiziamente antropologico, il narratore ci mostra vizi, superstizioni e bassezze dell’umanità, con sguardo disincantato e amareggiato, all’interno di una trama affascinante e interessante.