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Raccontami di Rino

Raccontami di Rino

È il primo lockdown a fare da cornice ad un dialogo tra un padre ed una figlia, un confronto intergenerazionale che si tramuta in intervista, in racconto, biografia... Nelle prime fasi dell’isolamento da Covid-19 la gente ha preso l’abitudine a rievocare e rappresentare la sospesa socialità con raduni condominiali canori su balconi e terrazze. Uno dei brani più cantati e più popolari è Ma il cielo è sempre più blu, un pezzo di quarantacinque anni prima. Eppure lo conoscono tutti. Come tutti ne conoscono l’autore, Rino Gaetano che, morto nel 1981 a trentuno anni, ha conosciuto una graduale rivalutazione a partire dall’inizio del terzo millennio fino a consolidare la sua popolarità e l’apprezzamento della sua figura tra gli attuali 25- 45enni. Molto più apprezzato ora di quanto non fosse stato in vita. E a poterne raccontare a buon titolo è proprio il padre in questione, Pierluigi Germini, musicista classe ’53 (quasi coetaneo dell’autore crotonese) che, tra il suo lavoro di responsabile della promozione per la mitica etichetta RCA e l’amicizia personale, Rino Gaetano lo conosceva bene. Ne esce un ritratto dell’artista assieme alla descrizione di un’epoca e di un modo di vivere, agire e pensare, in un’Italia ed una Roma allora cupe e al tempo stesso vivaci nell’inquietudine di un Paese a metà tra impegno politico e ricerca d’evasione...

Siano sempre benvenute la memoria e la divulgazione. Ben vengano anche quindi le biografie, soprattutto se infarcite d’aneddotica di prima mano e, magari, d’analisi. Con un tono qui un po’ troppo divulgativo e a tratti didascalico nel suo intento di rivolgersi a chi quell’epoca non l’ha vissuta, Raccontami di Rino non brilla purtroppo in stile verbale e concettuale, arrivando ad essere ripetitivo in più punti. Risulta anche un po’ stucchevole quel rapporto padre-figlia che vede quest’ultima porre domande con pretesa di ingenuità ma citofonate con lo scopo più che evidente di innescare l’apertura al racconto che seguirà con la risposta. Una mancanza d’autenticità che trasuda un po’ di mielosità appiccicaticcia e che odora troppo d’artificio travestito da spontaneo candore. Il tono pedagogico teso a spiegare concetti abbastanza scontati stride anche col fatto che la figlia, Carolina Germini, che pone domande al papà, di anni ne ha ventotto e non dodici e, forse, essendo caporedattrice di una rivista ed articolista per diverse testate oltre che laureata in filosofia, di fatti e fatterelli di Storia recente d’Italia dovrebbe saperne – si spera - abbastanza. Ad esempio della situazione socio-politica del Paese negli anni ’70. Risultato: né un saggio, né una biografia, né un’intervista vera. Un po’ tutto e un po’ niente di questo, ma è comunque bene che venga letta dai giovani.