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Radical love

Radical love

Il Mahatma Gandhi ha sviluppato e diffuso il concetto di sarvodaya che si può riassumere, anche se non in maniera esaustiva, nella volontà di perseguire il benessere e l’amore di tutti e per tutti, compresi la nostra terra Gaia, gli animali e le piante. Si tratta di un principio che tenta di ribaltare i sistemi politici ed economici, per esempio il capitalismo, basati su un assunto di base errato, quello dell’uomo (e della donna) al di sopra degli altri esseri viventi, come se la natura fosse ad uso e consumo di noi esseri umani. Secondo il sarvodaya, invece, siamo tutti composti dagli stessi elementi e pur nella nostra diversità siamo strettamente interdipendenti cosicché la felicità di uno è la felicità dell’altro e fare il bene dell’altro, della Terra, dei mari, degli oceani, delle piante e dei fiori è fare il proprio bene. Si dovrebbe amare non solo chi è amabile per natura o per affinità, ma anche coloro con cui siamo in disaccordo. Infatti, il disaccordo e perfino l’odio nascono unicamente dalle nostre aspettative – spesso disilluse – nei confronti degli altri, nascono da un confronto che non ha senso proprio in virtù delle nostre diversità, nascono da insoddisfazione e da una volontà di accumulo che va contro al principio di aparigraha, traducibile come “l’avere a sufficienza è sufficiente”. Per renderci tutti partecipi di questo auspicabile cambiamento, bisognerebbe fare propri tre concetti: la protesta, in modo non violento e pacifico, la protezione della diversità, della bellezza della natura e delle tradizioni locali e la costruzione di un nuovo modo di vedere la realtà, di nuove economie e di nuove politiche…

Satish Kumar è un fervente attivista per la pace e per l’ambiente. Fin da giovanissimo, influenzato anche dai genitori giainisti – l’autore stesso è stato a lungo monaco giainista – e ispirato dalle vicende private di Bertrand Russell ha creduto e voluto portare avanti il suo impegno per la pace nel mondo. Neppure a trent’anni, insieme ad un amico, percorse più di 13.000 Km, rigorosamente a piedi, per raggiungere quattro città (Mosca, Parigi, Londra e Washington) e portare così la sua testimonianza di pace durante il periodo della guerra fredda, anno 1962. Tutto questo senza soldi e senza sapere dove avrebbe dormito la notte. Ha intrapreso questa avventura da essere umano: nel libro stesso riporta, infatti, di essersi liberato durante il cammino di ogni etichetta o ruolo – indiano, giainista, monaco – presentandosi al mondo come uomo e ottenendo così gesti di profonda premura e cura. Mostrandosi come un essere umano, non indossando alcuna identità politica, sociale e culturale ha incontrato solo altri esseri umani, compassionevoli e altruisti. In questo saggio la parola amore risuona ad ogni pagina: l’autore esorta il lettore con una semplicità disarmante a una vita permeata di rispetto per sé e per i propri simili, per la natura che ci circonda e per tutta la varietà di esseri che popolano la terra, e per la Terra stessa. Sembra un progetto utopico ma lo stesso Kumar afferma che, anche se non vedremo i risultati del nostro operato, questo non ci esime dal comportarci in maniera retta. Certo la strada è lunga, ma siamo all’interno di un processo e possiamo fare la nostra parte, anche se piccola: “l’azione è l’unica cosa su cui abbiamo un controllo. Non abbiamo alcun controllo sull’esito o sui risultati. Il livello più alto di azione è quello libero dall’attaccamento al risultato. Agiamo perché vale la pena di farlo, non perché desideriamo raccogliere i frutti della nostra azione”. Un saggio che ispira e dà fiducia, cosa rara di questi tempi.