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Radiopirata

Radiopirata

Arrivò con la sua vecchia automobile, una Citroën DS ereditata dal padre. Scese dinanzi al sagrato della chiesa dopo aver viaggiato tutta la notte. In giro non c’era nessuno. Solo qualche rumore di stoviglie. Gli sembrava di vederle quelle case, donne che preparavano il caffè e uomini che si alzavano. Un uomo vestito di nero attraversò la piazza in bicicletta. Era piccolo e con il naso schiacciato. «Siete voi il nuovo parroco?» «Sì.» «Don Lorenzo?» «Sono io» «Siete arrivato con quella macchina?» «Sì» «Benvenuto». Dentro l’auto un nastro che andava. Heart and Soul, Joy Division…

Se Radiopirata fosse un film, sarebbe, non solo per gli argomenti trattati, Radiofreccia di Ligabue o una pellicola di Silvio Muccino o Giovanni Veronesi. Storie semplici, con un linguaggio quasi elementare, fatte di sentimenti che non hanno bisogno di troppe elaborazioni mentali: l'amicizia, la nostalgia di un passato che non torna più, la musica come segno di distinzione, le difficoltà che si superano con l'unione delle forze e dell'amore. Rispetto al più noto fratello Gianrico, Francesco sembra rivolgersi a un pubblico diverso, più giovane, ancor meno esigente, e non è detto che questo sia sempre un male. Radiopirata è costruito bene, scritto con chiarezza e regala emozioni che evitano difficili sfumature, per chi intende la lettura come uno svago più che uno spunto di riflessione.