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Ragazzo divora universo

Ragazzo divora universo

Slim sostiene che Eli possiede una mente da adulto nel corpo di un bambino. Eli ha solo dodici anni ma, secondo Slim – suo babysitter nonché vero amico – le brutte storie non lo scalfiscono affatto, perché l’età del suo corpo non ha nulla a che vedere con l’età della sua anima, che secondo Slim si può collocare tra i primi settant’anni e la demenza senile. Ecco perché spesso Slim racconta tutti i particolari della sua vita in prigione – ha trascorso molto tempo lì dentro, dopo essere stato condannato all’ergastolo per aver percosso e ucciso un autista di taxi, e ne è evaso un sacco di volte – al piccolo, soffermandosi anche sui particolari più macabri: uomini che ingoiano pezzi di metallo aguzzo per lacerarsi le viscere ed essere ricoverati in ospedale; altri che tentano il suicidio cercando di impiccarsi con lenzuola annodate e si spezzano l’osso del collo; per non parlare di stupri violenti e ripetuti. Quando sono insieme, però, non è che i due trascorrano il loro tempo solo con queste storie. Arthur “Slim” Halliday insegna anche a Eli Bell, il ragazzino dall’anima antica e la mente adulta, a guidare la sua Toyota Land Cruiser tutta arrugginita. Mentre i due si esercitano nelle stradine intorno a casa, attraverso la crepa del parabrezza Eli riesce a vedere suo fratello August, mentre se ne sta seduto sul muretto in mattoni davanti a casa e con l’indice della mano destra scrive la storia della sua vita, scolpendo le parole nell’aria. Nella mano sinistra, invece, August stringe la principessa Leila, da cui non si allontana mai. August non parla, ha deciso così. Sa parlare, ma non vuole farlo. Riesce a comunicare semplicemente toccandoti un braccio o ridendo o ancora scuotendo la testa. È stato August ad insegnare al fratello come leggere un volto e come ricavare importanti informazioni dai messaggi non verbali. La madre dei due ragazzi dice che il figlio ha smesso di parlare all’epoca in cui lei è scappata via dal padre, quando August aveva circa sei anni…

Un romanzo di formazione dolce e spietato allo stesso tempo, una storia ricca di meraviglia e stupore che invita a riflettere sui sentimenti e sulle circostanze che hanno reso ciascuno di noi ciò che esattamente è diventato. Non si riesce a non innamorarsi dei protagonisti di questa storia, i due fratelli Eli e August Bell, che vivono una vita apparentemente normale insieme alla madre e al suo compagno, entrambi ex tossicodipendenti e ora per fortuna usciti dal giro. Ma a Brisbane nulla è come sembra – anche un armadio può nascondere segreti racchiusi in un telefono rosso – e la verità, dopo un lungo periodo di sospetti, alla fine viene a galla e racconta di una complessa organizzazione di spaccio di eroina, all’interno della quale si muovono, oltre alla madre dei ragazzi e al compagno, anche il benefattore della città e diverse altre figure insospettabili, tra cui un compagno di scuola, noto per la sua gratuita prepotenza. Facce pulite che nascondono sporchi segreti, quindi, mentre un personaggio apparentemente losco come Slim Halliday, babysitter dei due fratelli all’occorrenza e più volte evaso dal carcere, nasconde in realtà un animo coraggioso fatto di sofferenza e buoni sentimenti. Eli e August cercano di sopravvivere portando raggi di luce all’interno di questo marciume imperfetto e operano scelte importanti: August sceglie di non parlare, perché la maggior parte delle parole è inutile, e muove le dita nell’aria a disegnar parole mentre compie azioni degne del più maturo degli adulti; Eli sceglie di inseguire le proprie ambizioni e i propri sogni – vuole diventare giornalista – e, soprattutto, sceglie la famiglia, sempre e comunque. Trent Dalton, che nel suo romanzo d’esordio ha coraggiosamente deciso di raccontare la storia della sua famiglia, descrive la forza di due fratelli capaci di divorare il mondo con ostinazione e coraggio; presenta una realtà dalla quale si vorrebbe scappare ma nella quale si desidera anche restare; mostra situazioni piene di amore e altre colme di solitudine; alterna follia e ragione, rancore e perdono; suggerisce che “lo scopo della vita è fare ciò che è giusto, non ciò che è facile”. E lo fa in maniera magistrale.