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Ragazzo in fiamme

Ragazzo in fiamme

Stephen Crane nasce a Newark, nel New Jersey, il Giorno dei Morti, nono figlio sopravvissuto dei quattordici nati da Jonathan Townley Crane e Mary Helen Peck Crane, ferventi metodisti. Il padre è un reverendo che nel corso della sua carriera pastorale cambia più volte parrocchia, e il piccolo Stephen cresce senza un legame stabile con un luogo, una scuola o gli amici: a tre anni si trasferisce da Newark a Bloomington, a cinque da Bloomington a Paterson, che lascia a sette anni quando il padre viene messo a capo della congregazione della Drew Methodist Church di Port Jervis, nello Stato di New York. Tre mesi dopo l’ottavo compleanno di Stephen, il padre sessantenne muore improvvisamente d’infarto e la famiglia deve lasciare la canonica: la madre si trasferisce a Roseville, in New Jersey, mentre Stephen e il fratello Edmund vanno a vivere presso parenti in una fattoria della Sussex County. In seguito, tutti si riuniscono a Port Jervis da un altro fratello, William, e nel 1883 la madre acquista una casa ad Asbury Park, dove l’adolescente Stephen inizia a scrivere piccole cronache estive per il fratello Townley, che dirige un’agenzia di stampa locale per il “New York Tribune” e l’Associated Press. In quegli anni la famiglia subisce altri lutti: nel 1884 muore di meningite la sorella Agnes Elizabeth, maestra e autrice di racconti, che era stata per lui una seconda madre stimolando il suo amore per i libri; nel 1886 muore il fratello Luther, caduto da un treno in corsa mentre lavorava come frenatore sulla Erie Railroad. Dopo studi brevi e discontinui, un semestre al Lafayette College e un altro alla Syracuse University, dove gioca a baseball, Crane torna verso Asbury Park e New York deciso a diventare giornalista professionista, senza ancora aver compiuto vent’anni. Il 28 settembre, vicino al luogo dove presto vivrà a Manhattan, muore Herman Melville, quasi dimenticato dai lettori; il 10 novembre muore a Marsiglia Arthur Rimbaud; ventisette giorni dopo muore di cancro la madre di Crane, che resta orfano con soli altri otto anni e mezzo di vita davanti a sé. In questo breve periodo scrive il romanzo Il segno rosso del coraggio, e poi Maggie - Ragazza di strada e Il mostro, una trentina di racconti tra cui La scialuppa e L’Hotel azzurro, due raccolte di poesie e oltre duecento articoli giornalistici. La sua vita è segnata da episodi rischiosi: a vent’anni scrive un articolo polemico che turba la campagna presidenziale del 1892; entra in conflitto pubblico con la polizia di New York, che nel 1896 lo costringe praticamente all’esilio dalla città; nel 1897 sopravvive a un naufragio al largo della Florida; convive con la proprietaria dell’Hotel de Dreme, un bordello di Jacksonville; lavora come corrispondente di guerra a Cuba durante il conflitto ispano-americano, trovandosi più volte sotto il fuoco nemico. Trascorre gli ultimi anni in Inghilterra, dove Joseph Conrad diventa il suo amico più stretto ed Henry James, alla notizia della sua morte prematura, ne piangerà la perdita. Muore di tubercolosi cinque mesi prima del suo ventinovesimo compleanno, senza aver visto un aereo, guidato un’automobile, visto un film al cinema o ascoltato la radio…

Paul Auster abbandona temporaneamente la narrativa per dedicarsi a una biografia letteraria dedicata a Stephen Crane (1871-1900), autore de Il segno rosso del coraggio e figura cruciale nel passaggio dal naturalismo americano alla sensibilità modernista. Il volume - stupendo sin dal titolo Ragazzo in fiamme - supera le 800 pagine e costruisce la biografia di Crane intrecciandola con l’analisi delle sue opere, senza limitarsi però a una lettura biografica della narrativa: la lettura che Auster offre di Crane è piena di divagazioni, riflessioni personali e attraversata da temi ricorrenti nella sua stessa opera, in particolare l’angoscia legata a figure paterne assenti. Auster intreccia poi la vita se vogliamo picaresca di Crane con interpretazioni che indagano la sua scrittura intensamente lirica, il suo realismo vivido e la dissezione psicologica dei personaggi alle prese con l’isolamento sociale e la natura. Il libro nasce da un work in progress durato quasi tre anni e arriva dopo una lunga serie di biografie precedenti su Crane, alle quali Auster guarda con un atteggiamento dichiaratamente non specialistico (per la stesura si è avvalso soprattutto della biografia di Paul Sorrentino e dei contributi critici di Stanley Wertheim come fondamenta documentarie), riconoscendo esplicitamente il debito verso gli studiosi che lo hanno preceduto: la sua ambizione, spiega in un’intervista radiofonica concessa a Brooke Gladstone per il programma “On the Media” della WNYC, era restituire Crane ai lettori comuni: “My sole aim was simply to get people to start looking at Crane’s work again”. Come non condividere tale aspirazione, quando si constata con dolore che un autore così incredibilmente talentuoso è così trascurato in Italia e pressoché sconosciuto alle nuove generazioni di lettori? Nella letteratura americana Stephen Crane è una soglia, più che un autore: un punto in cui l’innocenza del racconto incontra l’ombra della modernità. La sua voce sembra nascere da un paesaggio in cui ogni certezza è già incrinata e ogni eroismo porta in sé il seme della propria dissoluzione. Leggerlo significa attraversare una lingua che non consola, ma osserva, con la limpidezza spietata della luce d’inverno. C’è nelle sue pagine una tensione continua tra il fragore del mondo e il silenzio dell’individuo, come se la realtà fosse sempre un passo avanti rispetto alle parole che tentano di afferrarla. Per questo l’opera di Crane continua a parlarci: non come un classico immobile, ma come una corrente sotterranea che riaffiora in ogni epoca inquieta. La sua scrittura ha il coraggio dell’essenziale, la precisione di una ferita che non cerca metafore per essere vera. E forse è proprio questa fedeltà all’ambiguità dell’esistenza a renderlo ancora oggi una presenza viva, capace di ricordarci che la grande letteratura non offre risposte: rende il mistero più nitido. Nel ripercorrere la vita breve e sfortunata di Stephen Crane ricordandone l’incredibile talento, Paul Auster usa le parole con un’eleganza quasi musicale, lasciando che il pensiero diventi ritmo e il ritmo memoria. Non c’è mai compiacimento, solo una limpidezza che sa farsi vertigine. La letteratura qui non è uno specchio del reale, ma una brace che continua ad ardere sotto la cenere dell’esperienza.