Temperature fino a -100 gradi centigradi, tempeste gigantesche di sabbia, l’aria radioattiva, satura di anidride carbonica in percentuali che raggiungono il 95 per cento. E il cielo, poi, che sfuma dal rosso del giorno per virare al bluastro dopo il tramonto. Cos’è che attira l’umanità verso Marte, il Pianeta Rosso? “Siamo una specie curiosa e irrequieta. L’umanità è quel bambino a cui viene detto di non andare là perché è pericoloso, e poi ci va lo stesso; anzi, ci va proprio perché gli è stato vietato”. Insomma, siamo esploratori, il confine ci ha portati a sviluppare tecnologie, trasporti, lo stesso futuro. Ci piace pensare che della mente di Magellano che circumnavigava il globo, di Scott e Amundsen verso l’Antartide, sentiamo ancora l’influenza, quella spinta a partire, a scoprire. E oggi la frontiera è ancora, e più che mai, Marte. Ma questo pianeta ha anche una “personalità”. Abbastanza complessa, anche: “è un ragazzaccio”, la sublimazione della “mascolinità tossica”. A suggerirlo è, naturalmente, la mitologia. Che sia il Marte dei romani, l’Ares dei greci oppure l’indù Mangala e il Nergal adorato in Mesopotamia, la personificazione di quel pianeta così vicino a noi è chiara: è sinonimo, infatti, di guerra, rabbia, distruzione, aggressività. La spiegazione più semplice rimanda all’aspetto stesso del corpo celeste: un puntino rosso rosso, ben diverso da tutte le stelle vicine. Marte è maschio, dunque: virile, vivace, temibile. Giordano Bruno, Kant, prima ancora di Omero, avevano testato le loro intuizioni protoscientifiche intorno al rossastro astro. L’astronomia poi ha percorso strade più aderenti al metodo scientifico, grazie anche alla tecnologia dei telescopi, ma nel frattempo nel mirino degli osservatori profani Marte si è imposto come protagonista di romanzi, poemi, film. Il motivo principale? “La vulgata pseudoscientifica popolare lo indicava come mondo abitato”. Nascono da qui non solo libri e film, ma veri e propri generi: la space opera, i merveilleux-scientifique, i planetary romance… E, la musica, naturalmente…

David Bowie registra una canzone-manifesto: Life on Mars; è il 1971 e la sonda spaziale Mariner 9 è in viaggio proprio verso quel pianeta. Dalla seconda parte del Novecento, infatti, l’immaginazione che aveva dominato lo storytelling marziano è affiancata e rapidamente superata dalla realtà. E, oggi, l’idea di una colonizzazione sembra davvero possibile, grazie ai proclami e alle promesse di Elon Musk e agli investimenti di altri miliardari come lui. Fissare una scadenza di arrivo sul Pianeta Rosso di un equipaggio umano non è semplice, anzi: sta diventando una pietra miliare irraggiungibile, che tuttavia permette esplorazioni più ravvicinate e, forse, più redditizie. Qualora la colonizzazione dovesse accadere – avverte l’autrice di Rapsodia marziana – non si potrà non tener conto dell’eredità dell’immaginario, delle utopie come delle distopie, dell’immenso bagaglio simbolico (spesso retorico) e del carico di aspettative salvifiche. Silvia Kuna Ballero sa misurare le parole e i concetti: è un’astrofisica, docente e comunicatrice scientifica su autorevoli media, da Radio 3 Scienza a Le Scienze. E questo non è il primo libro: ha pubblicato, negli ultimi quattro anni, Travolti da un atomico destino (2022) e Scrivere di scienza (2023), curando anche gli aspetti sociali, etici dietro i grandi progressi della ricerca e della navigazione spaziale. In questo saggio, con la prefazione del collega Luca Perri, l’esplorazione narrativa segue tre direzioni: quella spaziale, dove il Pianeta Rosso è la via di fuga da una Terra senza futuro, il Piano B per l’umanità; quella temporale, centrata sulla civiltà marziana, che non esclude gli extraterrestri ma offre nuovi scenari sociali basati sul mito; quella più intima, nella quale “il marziano è la trasfigurazione degli aspetti altri dell’essere umano”.