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Requiem di provincia

Requiem di provincia

Suona insistente il campanello di casa. È tardi, in giro poca gente, non un orario in cui si aspettano visite. Eric Delarue va ad aprire con la vaga ansia di chi sa che in quel momento, a quell’ora, non possono che essere scocciature o cattive notizie. Purtroppo per lui è tutto questo, all’ennesima potenza. Dietro alla porta c’è un uomo incappucciato, con la pistola puntata contro la sua faccia. Neanche il tempo di fiatare che il tizio fa fuoco. La vita appesa al sottilissimo filo del coma, la faccia maciullata. Quella bella faccia che a Delarue era valsa il soprannome di Julio Iglesias; per il sorriso, per il fascino, per i modi un po’ da seduttore. Una vittima così, responsabile di un grosso gruppo industriale, fa notizia e crea scompiglio ovunque, soprattutto tra le forze dell’ordine che dovranno indagare. Più il nome è conosciuto, potente, altolocato, più aumentano le grane e le pressioni. Lo sa bene il viceispettore Arcadipane, giovane ma già con sufficiente esperienza per annusare l’aria di guai che satura l’atmosfera come pulviscolo, e lo sa anche meglio il suo superiore, Corso Bramard, il poliziotto più temuto e insieme rispettato del commissariato. Bramard parla poco, agisce molto e nessuno osa mai mettere in discussione quello che dice o fa. Anche se la direzione, o il senso, possono non apparire subito chiari, tutti sanno che lui non lascia niente al caso e che arriva sempre dove deve arrivare. Solo che Bramard in questo periodo ha un problema. Beve troppo, e questo preoccupa chi gli sta vicino. Soprattutto Arcadipane, ormai rassegnato a doverlo recuperare quasi ogni sera da qualche bettola in cui lo trova infilato come l’ultimo degli ubriaconi senza futuro. Finché il suo fiuto e la sua mente continuano a funzionare come si deve ci può passare sopra, ma quanto durerà ancora? Anche Corso, sebbene non sembri, avrà i suoi limiti. Così anche quella sera lo scartavetra da una sedia su cui si era appollaiato in attesa dell’ennesimo bicchiere, per informarlo dell’enorme spalata di merda che sta per piovergli addosso. L’indagine ha inizio, ma rischia di concludersi subito alla prima rivendicazione di un gruppo di terroristi. Troppo facile. E infatti Bramard a fermarsi a quello non ci pensa neanche...

Bramard e Arcadipane sono ormai una consolidata coppia di attori letterari cui ha dato vita la felice penna di Davide Longo. Questa quinta avventura, Requiem di provincia, è in realtà un prequel di tutte le altre raccontate nei romanzi precedenti, ma sono pressoché immutate le atmosfere e i punti essenziali che da sempre caratterizzano i personaggi. L’ombroso e taciturno Bramard, rispettato e un po’ anche temuto dai suoi stessi colleghi per quella scarsa inclinazione a socializzare e lo stato di servizio degno dei migliori investigatori del paese; e Vincenzo Arcadipane, ispettore giovane ma già abbastanza saturo di quel cinismo che è come una pellicola protettiva contro tutte le brutture conseguenti al mestiere. I due hanno già il loro ritmo, le loro procedure. Si conoscono, si complementano. Conoscono l’uno i punti deboli e di forza dell’altro. Sanno come portare avanti un’indagine, insomma, anche se il caso Delarue rischia di trasformarsi in un duro colpo per la loro carriera. La facile soluzione al tentato omicidio infatti convince chiunque tranne Bramard, che decide di continuare a indagare in direzioni tutte sue contro gli ordini dei superiori. E Arcadipane, un po’ per fiducia e un po’ per senso di lealtà, non può che stargli dietro, prendendosi anche lui la sua bella dose di rischi. Longo è molto bravo nel calare il lettore dentro l’atmosfera di provincia settentrionale e riportarlo indietro sul finire degli anni Ottanta, prima che accadessero un sacco di cose. Il romanzo è tenuto in piedi sia dai risvolti dell’indagine poliziesca, i cui progressi sono sapientemente distribuiti lungo il corso della storia, sia dalla sua scrittura mai pesante eppure articolata, non priva di guizzi originali, speziata da una frequente ironia messa in bocca in particolare ad Arcadipane, vero prototipo del poliziotto cinico e onesto. Una lettura gradevole per una coppia di investigatori che è ormai un classico del genere poliziesco in salsa nostrana.