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Residenza per signore sole

Residenza per signore sole

Primo aprile 1951. A Tokyo, all’incrocio di Otsuka Nakacho, una donna con la testa coperta da una sciarpa rossa e un pesante cappotto invernale sopra dei pantaloni da sci neri cerca di attraversare al semaforo, nonostante non sia il suo turno. Viene investita da un furgoncino e, quando arriva all’ospedale, è già morta. Anzi, “morto”, visto che è in realtà un uomo. Nessuno si fa vivo a riconoscere quell’individuo di circa trent’anni, che viene presto dimenticato dalla polizia e dal personale medico. Eppure, una donna attende il suo ritorno nella sua stanza al quarto piano di un triste edificio, a due fermate dal luogo dell’incidente. Gli indumenti che indossava erano suoi. Lo aspetterà per sette anni e lo aspetta ancora. L’edificio è la “Residenza K per signore sole”. Tre giorni prima che morisse a quell’incrocio, con quello stesso travestimento, l’uomo ha trascinato una pesante valigia di cuoio marrone, fin nella camera della donna al quarto piano. Dentro, il corpo di un bambino piccolo avvolto in una coperta spessa. A notte fonda, i due hanno raggiunto il seminterrato del palazzo: al centro di una grande sala bianca piastrellata — un antico bagno pubblico in disuso, pieno di attrezzi e materiali —, una profonda buca della grandezza giusta per seppellire la valigia. Dopo averla riempita con del cemento, l’hanno fatta cadere nella cavità per coprirla con altro cemento e con delle piastrelle. Erano così concentrati nel compiere in silenzio questo terribile sforzo, che non si sono accorti di una persona che, protetta dall’oscurità, li stava osservando. Fra le regole che disciplinano la condotta delle giovani inquiline della Residenza K, la più importante è quella che vieta di dare alloggio a persone dell’altro sesso durante la notte. Le donne, invece, possono restare, a condizione di firmare un registro in portineria. Niente di sospetto, dunque, se una parente di Ueda Chikako si sia prenotata per tre notti. I ricordi delle due custodi, a questo riguardo, sono vaghi e confusi, ma su una cosa concordano: l’ospite era una donna, portava una sciarpa rossa in testa e dopo tre giorni non si è più fatta vedere. Poche settimane dopo, verso la metà di aprile di quello stesso anno, sui giornali viene riportata la notizia del rapimento del figlio del maggiore statunitense D. Kraft e della moglie giapponese. Nonostante l’appello dei genitori e gli accordi presi con i rapitori, di quel bambino non si saprà più nulla. Il maggiore farà ritorno negli Stati Uniti e anche questa vicenda rimarrà avvolta nel silenzio. Verso la fine degli anni '50 le abitanti di quegli appartamenti, si stanno avvicinando alla vecchiaia. Sono sole, con risorse economiche limitate e scarsi contatti con l’esterno. Molte di loro sono diventate “strane”, morbosamente curiose, sospettose e facile preda di rivalità. Sentimenti che vengono accentuati dalla misteriosa sparizione del passe-partout che apre le porte di tutte le residenze dell’edificio: ora che è iniziato il conto alla rovescia per lo spostamento del palazzo in modo da far posto ad una strada, alcune inquiline temono che i loro segreti, ben custoditi fra quelle mura, possano essere disseppelliti…

Pubblicato per la prima volta nel 1962 e ambientato in una Tokyo in cui non si è ancora spento del tutto l’eco delle tragiche conseguenze della Seconda Guerra mondiale, Residenza per signore sole, è il viaggio inquietante nei recessi più oscuri dell’animo umano e concentra la propria attenzione su alcune delle inquiline: donne senza affetti, per lo più in pensione, con le loro debolezze, meschinità e rimpianti. Oltre alle due custodi che si alternano nella portineria, ci sono, ad esempio, un’ex insegnante che passa il suo tempo a scrivere una lettera al giorno a ciascuno dei suoi studenti; una dotata violinista che è stata costretta, in gioventù, a interrompere una brillante carriera a causa della paralisi a un dito, dovuta a un suo riprovevole comportamento; la vedova di uno scienziato che sta cercando disperatamente di portare a termine e di far pubblicare il lavoro del marito; infine, un’insegnante di disegno di una scuola elementare che vive dell’assistenza pubblica, di furti e di piccoli stratagemmi. Figure femminili che conservano quell’individualità che le imprime nella mente di chi legge. Togawa Masako è abile nel fondere gradualmente le storie dei vari personaggi in un’unica trama, mettendone in luce i legami, in un crescendo di tensione. E come avviene nella lenta messa a fuoco di un’immagine, l’insieme che viene rivelato alla fine è davvero sorprendente. Per raggiungere questo risultato, l’autrice ricorre a diversi accorgimenti, come l’alternarsi della narrazione in prima e in terza persona, la struttura temporale non lineare, l’esistenza di un passe-partout che, aprendo tutte le stanze dell’edificio, può svelare i crimini commessi dalle sue occupanti, e soprattutto una serie di narratori inaffidabili che manipolano il lettore indirizzandolo verso una soluzione che risulterà più volte quella sbagliata.Il microcosmo descritto non è contemporaneo, né tanto meno familiare ai lettori occidentali, eppure si può considerare la metafora dell’isolamento che, in un mondo abitato esclusivamente da donne senza alcun legame di solidarietà, può solo generare morte e distruzione.