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Resta con me, sorella

Resta con me, sorella

Anita è ancora in redazione, deve decifrare e ricopiare l’articolo di Otello Agliardi. Sarà pure un bravo giornalista, è il veterano, ma ha una calligrafia che sembra un groviglio di serpi. Si è fatto tardi, è stanca e ha fame. L’articolo, però, deve essere consegnato in tipografia entro la mezzanotte. In quel giornale Anita ci è cresciuta, lì lavorava il suo papà, Pietro Calzavara. A scuoterla da questi pensieri arriva Delia, pronta per uscire. È buona norma che nessuna donna rimanga in redazione da sola col buio e in presenza di giornalisti. Prova a chiedere a Delia di aspettarla, tante volte lo ha fatto lei, ma si vede negare questo favore. Delia ha ospiti a cena e deve rientrare subito. A malincuore le dice di andare, il lavoro deve essere finito. Certo potrebbe chiedere al suo fratellastro Biagio, ma sicuramente lui sarà già fuori da ore. Si detestano e nessuno dei due ne fa mistero, vivono sotto lo stesso tetto, ma hanno cognomi diversi. La redazione si svuota, anche Agliardi se ne va e lei rimane da sola. Nella sala deserta si avverte il respiro della grande stufa a carbone che si sta spegnendo. Tra poco arriverà il custode e Anita spera proprio di non incontrarlo. All’improvviso sente un rumore proveniente dal corridoio, sembra un oggetto metallico caduto a terra. Si alza e va a vedere. Non è il custode. Anita riconosce la sagoma di Biagio che esce furtiva dall’ufficio della contabilità. Indossa cappello, cappotto e sciarpa, chiude con estrema cautela la porta e non si accorge di Anita che lo sta guardando. Lei svelta prepara la cartella per la tipografia, la mette nella sua borsa a tracolla e si avvia verso l’uscita. Chiede a Biagio che cosa ci faccia lì a quell’ora. Sorpreso l’uomo la guarda e con superiorità le dice che neanche lei dovrebbe essere lì a quell’ora. Si scambiano battute velenose, ma un brutto presentimento coglie Anita. Sa delle amicizie poco raccomandabili di Biagio, che gioca a dadi e vive in modo dissoluto. Ripensa a quel rumore metallico che ha sentito prima e si dirige all’ufficio contabilità. In apparenza è tutto in ordine, ma avvicinandosi alla cassaforte si accorge che Biagio l’ha manomessa...

Resta con me, sorella di Emauela Canepa è un romanzo ambientato a Venezia negli anni successivi alla Prima Guerra Mondiale. Con uno stile ricco, maturo e potente, l’autrice racconta la storia di Anita, che - orfana di madre dall’età di sette anni e dalla morte di suo padre per la febbre spagnola - vive con la matrigna e i suoi due figli Bruno e Luisa. Il romanzo è diviso in due parti: la prima nel carcere femminile della Giudecca e la seconda nella città di Venezia. Scoperto l’ammanco di denaro al giornale sarà Anita a prendersi la colpa e per questo finirà in carcere. Perché? L’approfondita ricerca e l’ampia documentazione consultata dalla Canepa in fase di preparazione del romanzo evidenziano la disparità di trattamento salariale tra uomini e donne e la poca considerazione del lavoro femminile in quel periodo. Questo è il tema fondante della storia narrata. Anche se Biagio è il vero responsabile del furto non può assolutamente andare in carcere, deve portare a casa uno stipendio dignitoso. Anita, per quanto brava e capace, non potrebbe sostentare la sua famiglia col suo. In carcere lega molto con la ricamatrice Noemi, una donna forte, controversa e chiusa. Noemi ha una sua storia e un suo segreto personale che verrà svelato nelle ultime pagine del romanzo. Tra le due si crea un rapporto di sorellanza spirituale. Finché sono in carcere Anita e Noemi hanno un minimo di libertà intellettuale, provano ad immaginare un futuro insieme, un lavoro da ricamatrici e di avviare un’attività indipendente. Poi escono, non insieme, e dovranno tornare a confrontarsi con il mondo e con gli sguardi degli uomini. Di spunto e approfondimento per la Canepa è stata la lettura de L’università di Rebibbia di Goliarda Sapienza. Altro tema è quello del matrimonio e della famiglia, che all’epoca era quasi una forma di sottomissione, per potersi garantire una buona qualità di vita o di sopravvivenza. Il buon nome innanzi tutto e per Anita e Noemi il marchio di ex carcerate sarà difficile da cancellare, l’unica speranza per loro è che un uomo si impietosisca e le sposi, evitando così di essere relegate al ruolo di semplici amanti o peggio. Nella seconda parte del romanzo possiamo vedere con gli occhi di Anita che cosa significa muoversi e orientarsi a Venezia, una città dal particolarissimo spazio urbano. Questo riesce benissimo a mettere in luce il bisogno di indipendenza della protagonista e la paura che da essa deriva. Anita dopo il carcere non potrà ritornare dalla sua famiglia, ma trova un onesto lavoro a servizio della famiglia Berlendis. La sorellanza con Luisa non ha un grosso peso narrativo nel romanzo, ma nella biografia di Anita sì. Quasi tutto quello che lei fa, lo fa per amore della sorella più piccola. Tutte le donne che troviamo nel romanzo, ognuna a suo modo ha fatto una riflessione personale sulla libertà e sulla condizione femminile, non riuscendo però ad emanciparsi. Simbolica è la citazione degli scritti di Sibilla Aleramo, donna oltre modo libera per la sua epoca.