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The revelation

The revelation

La segheria Coconino incombe sugli altri edifici di Randall; tutta la città è cresciuta intorno a quell’imponente agglomerato di edifici, circondato da cataste di legname alte oltre quattro metri e pronte per essere portate via. Gordon ama l’odore che proviene da quel luogo, dai tronchi impilati sul retro della fonderia, vicino al fiume, in attesa di essere trasformati in assi. L’aroma di pino e resina permea l’aria lungo Main Street e, portando con sé traccia del fresco dell’inverno, sembra stemperare la canicola del mese di agosto ormai diventata insopportabile. Gordon guarda l’orologio e realizza di essere in ritardo solo di un quarto d’ora. Poi parcheggia accanto al magazzino della Pepsi, in una rientranza della strada; esce dall’auto, si fa strada attraverso una piccola foresta di erbacce e raggiunge Brad, che lo sta attendendo per caricare il camion. Mentre i due procedono con il carico, Brad racconta lo strano sogno che lo ha accompagnato durante la notte e gli ha messo addosso una paura fottuta: c’era un’auto con la batteria andata, un fratello – Brad non ha fratelli - e un manipolo di contadini armati di forconi. Nel tardo pomeriggio, mentre fa ritorno a Randall guidando con cautela sotto una fitta pioggia - tre pneumatici sono quasi del tutto consumati e la strada è scivolosa - Gordon pensa che forse dovrebbe ricominciare a scrivere. Appena terminato il College, l’idea di diventare scrittore lo aveva davvero stuzzicato, poi aveva finito per parcheggiarla lì, da qualche parte tra i suoi pensieri, e non ne aveva fatto più nulla. Il proprietario della stazione di servizio in cui si ferma per fare benzina gli rivela che padre Selway, quello della chiesa episcopale, è scappato, insieme a tutta la famiglia, lasciando circa cinquemila dollari di debiti, senza portarsi via nulla. Mobili, vestiti, tutto è stato abbandonato in casa. L’unica cosa che è sparita è la loro automobile. Quel che getta un’ombra sinistra sull’intera faccenda, poi, è il fatto che davanti alla chiesa episcopale campeggia una scritta, tracciata in rosso sul grigio chiaro delle mura dell’edificio. Si tratta di una maledizione piuttosto angosciante...

Pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nel 1990 e finalmente tradotto in Italia, l’opera prima di Bentley Little - classe 1960, profondo sostenitore della horror fiction e osannato dalla critica quale discepolo di Stephen King - ha vinto, lo stesso anno in cui ha fatto la sua apparizione sugli scaffali delle librerie statunitensi, il Premio Bram Stoker come miglior romanzo d’esordio. Straordinariamente originale e dotato di una struttura molto forte, cosa quanto meno inusuale per il lavoro di un esordiente, il romanzo miscela con un equilibrio perfetto gli elementi della narrativa gotica e le più collaudate storie di mostri. Le scene descritte, che sembrano letteralmente uscire dalle pagine in quanto ingranaggi perfettamente ben oliati, richiamano certi film horror, quelli in cui sullo schermo si muovono figure come i Gremlins, per intenderci. La giovane coppia protagonista del romanzo vive in una piccola città dell’Arizona il cui equilibrio viene sconvolta da una serie di eventi orribili che hanno inizio con il brutale omicidio di un reverendo e della sua famiglia, oltre che con la profanazione della loro chiesa. Visioni sataniche intense e lucidamente autentiche accompagnano la vita di una comunità improvvisamente scossa da eventi sconvolgenti, che minano l’equilibrio esistente e chiedono di essere spiegati. La rivelazione di cosa in realtà si nasconda dietro gli omicidi, le profanazioni e le visioni è quanto di più orribile, e spettacolare allo stesso tempo, ci si possa immaginare. I colpi di scena si susseguono senza interruzione e la maggiore abilità di Little è quella di mostrare la violenza e l’orrore senza risparmiare alcun dettaglio ma senza cadere nella trappola di trasformarsi in una mera celebrazione del sadico. Una lettura adrenalinica, la cui forza risiede nella sua struttura e nel suo immaginario, magistralmente architettato. Il ritmo è incalzante, nulla è superfluo e, spesso, le scene paiono davvero riprodotte su uno schermo cinematografico e si imprimono nel profondo, senza lasciare scampo. Un libro originale, da cui traspare tutta la padronanza delle tecniche narrative da parte dell’autore, che non ha nulla da invidiare al suo ben più celebre maestro.