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Ribelle senza causa

Ribelle senza causa

In una Milano messa in ginocchio, come tutta l’Italia, da una spaventosa crisi economica e dove ormai gli attentati sono diventati parte della routine quotidiana, Santi Torrisi cerca di mandare avanti in qualche modo la sua malconcia agenzia di investigazioni finanziarie, “un’attività che pochi capiscono e che, soprattutto, non serve quasi a nessuno”. La telefonata di Irene Monti che lo incarica di indagare sulle circostanze della morte del marito, il finanziere Eugenio Monti, recentemente deceduto per infarto, lo scuote dal suo consueto ozio pomeridiano e sembra offrirgli la possibilità di rimettersi un poco in sesto. Nel corso del loro incontro la donna consegna a Torrisi cinque chiavette USB che contengono la contabilità e la corrispondenza del marito, ma che purtroppo si rivelano essere criptate. Per riuscire a decifrarle Torrisi chiede l’aiuto di FreakAntonio, al secolo Davide Ravenna, un suo vecchio amico che gestisce un piccolo negozio in pieno centro e che è una sorta di genio dell’informatica. La sera durante una cena, poi, un altro suo amico di passaggio a Milano fornisce a Torrisi una imbeccata in merito al caso di Eugenio Monti, indirizzandolo su una pista che porta a una banca chiamata Credito Privato Europeo. Il giorno dopo Torrisi comincia a lavorare su quella traccia ma in un momento di pausa, scorrendo le notizie dell’Ansa, scopre che Davide Ravenna è stato accoltellato nel suo negozio, probabilmente a seguito di una rapina. Come se non bastasse, quando va da Irene Monti per comunicarle l’avvenuto, la donna non trova di meglio che revocargli l’incarico seduta stante. Tutte cose che fanno pensare a Torrisi che la morte di Eugenio Monti possa in effetti celare qualche mistero...

A prima vista, data la presenza di un investigatore, di un morto, di una vedova decisa a vederci più chiaro e di varie altre circostanze misteriose, Ribelle senza causa potrebbe essere catalogato come romanzo giallo. Procedendo con la lettura, però, si ha sempre più l’impressione di non avere a che fare con un giallo, o quantomeno non con un giallo “classico”. L’indagine sulla morte di Eugenio Monti passa presto in secondo piano rispetto agli aspetti introspettivi che ci fanno entrare in profondità nella psicologia di Santi Torrisi, nella sua vicenda esistenziale fatta di profonde disillusioni che non sono però riuscite del tutto a intaccare la sua integrità morale, per quanto declinata in modi del tutto personali. Più che a distribuire lungo l’arco narrativo tracce, indizi e piste come farebbe un qualsiasi autore di polizieschi, l’autore sembra più interessato a renderci partecipi delle inclinazioni e delle idiosincrasie di Torrisi, del suo profondo amore per la musica rock che scandisce ogni singola scena, dei suoi gusti in materia di vini pregiati. Per molti questo modo di procedere potrebbe sembrare un approccio originale, però rimane forte la sensazione di avere tra le mani un libro per certi versi incompiuto, ricco di spunti e di idee che per un motivo o per l’altro non vengono portati fino in fondo. Anche la chiusura della vicenda appare troppo precipitosa e questo è un peccato, perché le scene finali hanno una loro indubbia potenza che avrebbe meritato una preparazione più paziente e accurata.