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Ricerca sul campo

Ricerca sul campo
Quando Josh gli parlò per la prima volta di Martiya van der Leun, Mischa viveva in Thailandia già da un anno – annoiato e prossimo alla bancarotta a causa del fallimento della compagnia di internet per cui lavorava a San Francisco, la fuga in un altro continente gli era sembrata una buona soluzione; almeno temporanea – e si manteneva facendo ogni genere di lavoro precario. Il più precario e inconsueto di tutti? Riassumere libri americani di economia per un magnate thailandese. Chissà poi perché. Ma la storia di Martiya, la storia della misteriosa antropologa americana morta suicida in una prigione di Chiang Mai dopo essere stata arrestata per l’omicidio del missionario cristiano David Walker – che, come amava dire la sua singolare famiglia, “era stato chiamato alla Casa del Padre” – era sempre lì, in sottofondo; un ostinato pensiero fisso che continuava a tornare. Quindi, perché non arrendersi? In fondo scoprire cos’era successo davvero non sembrava difficile. L’inizio delle sue ricerche – almeno quello! – lo fu davvero, facile come previsto. Dopo la specializzazione in antropologia alla Berkeley University of California, Martiya van der Leun era vissuta per anni al confine tra Laos e Birmania, nello sperduto villaggio montano di Dan Loi, per studiare i Dyalo e svolgere così la sua tanto agognata “ricerca sul campo”. Tre anni di ricerca, una tesi di dottorato e l’inizio di una brillante carriera da antropologa; questi erano i piani. Evidentemente qualcosa non era andato come previsto…
Mischa Berlinski, autore nonché protagonista e voce narrante del romanzo, nasce come giornalista e dopo un periodo di lavoro freelance in Thailandia esordisce anche come scrittore di romanzi con il sorprendente Ricerca sul campo (ambientato, non a caso, proprio nel Paese asiatico). Titolo poco accattivante a parte – a prima vista sembra infatti di avere tra le mani una sorta di noioso saggio antropologico e non il coinvolgente romanzo che il libro si rivela in realtà essere – quest’opera prima è davvero ben riuscita. Un testo lungo (ben 414 pagine) ma anche ben scritto – la prosa è semplice ma scorrevole e leggera – e ben strutturato (sovrappone una serie di piani, prospettive e punti di vista differenti) in una trama fitta e articolata che dà tempo e modo al lettore di immergersi completamente nella narrazione, affezionarsi ai personaggi, lasciarsi coinvolgere dagli eventi… e arrivare alle ultime pagine con la curiosità e la voglia di continuare a leggere. A metà strada tra la letteratura di viaggio, il romanzo etnico, il reportage giornalistico e il thriller, il romanzo non manca di esotismo e ironia ed indaga temi assai poco comuni come i tabù religiosi e scientifici e il desiderio; un desiderio così intenso da diventare ossessione. L’ossessione di Martiya van del Leun per la sua ricerca sul campo, il Riso, il dyal… e il suo amore; l’ossessione della famiglia Walker per la missione di evangelizzazione che gli impone di strappare anime altrimenti dannate all’imminente e inarrestabile arrivo dell’apocalisse; e l’ossessione del giovane Mischa per l’avventurosa e niente affatto convenzionale vita della sfortunata antropologa