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Ricette di confine

Ricette di confine

Nei territori occupati di Cisgiordania e Gaza, le difficoltà di approvvigionamento, le limitazioni all’attività di pesca commerciale, le code ai check point, la possibilità di disordini e ritorsioni, fanno parte della vita quotidiana. Ameen ha un’azienda agricola vicino a Ramallah e dal suo appezzamento si vedono i posti di blocco israeliani: copertoni bruciati e latte vuote di lacrimogeni sono inermi testimoni dei frequenti scontri tra l’esercito ed i giovani palestinesi. Ameen ama sorridere ed accoglie il visitatore con la colazione a base di Hummus, pane arabo, cipolla, pomodoro, cetrioli ed un bicchiere di yogurt di capra. Fa una smorfia: “Speriamo non ci scappi il morto, oggi”. Sa’ed dipinge murales, ha conosciuto le carceri israeliane e ricorda di quando decise di infrangere il coprifuoco pur di tornare a cena dalla madre. Fu fermato dai soldati: quegli involtini di vite di cui ci racconta la ricetta gli costarono un lungo interrogatorio. A Beit Sahour la maggioranza degli abitanti è cristiana quindi, se la fame arriva improvvisa ed è domenica, si resta disorientati dalla difficoltà di trovare una bottega aperta. Ma basterà imbattersi in un verduraio sonnacchioso per rimediare un po’ di mulukhyeh (malva ebraica), cipolla, pomodoro, fave, peperoncino e limone (a casa aglio e cumino non mancano mai) per poter attrezzare una zuppa. Sarà dolce poi restare in conversazione davanti ad un caffè arabo, guardando il panorama amaro di queste terre ferite…

Sebbene sia stato incluso nella collana “Ricettacoli” di effequ, il carattere politico del libro prevale decisamente su quello gastronomico: sembra quasi che il cresciuto interesse per il tema della cucina sia un pretesto per guadagnare proseliti alla causa palestinese. L’assunto di base del libro è più che evidente già alla seconda pagina della prefazione di Michele Giorgio: “…la soluzione a Due Stati (Israele e Palestina ndr) l’uno accanto all’altro, è svanita per sempre…”. E quindi? Se l’assunto di base è che i palestinesi sono i buoni, la risposta sottotraccia appare scontata. Da qui in poi non si fa più un passo. Ed è un peccato, perché la struttura che parte da racconti di una giornata, di un aneddoto o di un incontro, per concludersi con una ricetta, funzionerebbe: funzionerebbe se tutta la narrazione non fosse deformata da un punto d’osservazione parziale che, viziato da un innamoramento incondizionato per un popolo visto come sempre inappuntabile, finisce per ricondurre ogni male allo stato ebraico (addirittura il maschilismo della società islamica sarebbe colpa di Israele). L’aspetto meramente gastronomico poi, è molto “casareccio”; e questo non sarebbe neanche un difetto se non fosse che le uova al pomodoro (tre spicchi d’aglio per tre uova!), le cucuzze in padella, il caffè e la zuppa con le fave in scatola, per quanto recanti nomi esotici, non necessitano di un’accurata descrizione operativa. Ci sarebbe inoltre da rivedere l’uso indiscriminato dell’aglio: se anche in Medio Oriente esistono versioni di Hummus che ne sono prive e, anche senza arrivare a tanto, molti ristoranti arabi si limitano a strofinarlo nella ciotola evitando di frullarne uno a crudo per un solo etto di ceci, è perché può essere devastante. Soprattutto se siamo solo alla colazione…