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Ricorderò domani - Una storia di madri e di figlie

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Primi del Novecento. Quando i cosacchi arrivano nella abitazione della famiglia di Sarah Solomon, loro non possono far altro se non rifugiarsi nel fienile di Malka e stare in silenzio nella speranza che quegli uomini armati di baionette e strumenti orribili di ogni genere non sentano alcun rumore che possa condurli da loro. David è ancora un neonato e la preoccupazione maggiore di Sarah è che possa tradirli con il suo pianto sommesso tra una poppata e l’altra, così lo lascia attaccato al seno, speranzosa. Ma il tempo passa inesorabile e quando finalmente il trambusto del piano inferiore si placa e i cosacchi se ne vanno e Sarah riesce a riportare l’attenzione sul suo bambino piuttosto che su un punto indefinito nell’oscurità del fienile, questi ha smesso di respirare. È un dolore troppo grande per una ragazzina di appena diciassette anni e così la depressione per quell’evento unita alla perdita del gemello e del padre di lì a poco tempo, la portano a scappare in America. Quell’America che da Odessa veniva vista come un porto al sicuro dalle incursioni arbitrarie di cosacchi e uomini senza scrupoli col solo obiettivo di scovare ebrei fuggiaschi e segregarli. New York è un paradiso proibito a cui riesce ad approdare con la consapevolezza di dover aiutare anche il resto della famiglia a raggiungerla, quando e se le sarà possibile. Per Sarah si apre così una nuova vita, l’opportunità di un’esistenza di pace in un Paese finalmente non ostile dove metter su famiglia non è pericoloso e non vi è alcuna necessità di scegliere, anche inconsapevolmente, tra la vita del proprio neonato e la propria. New York diventa così la base in cui dar vita a una famiglia che nel tempo apprezzerà molto più il mondo di quanto non riesca a fare con la stabilità di una vita tranquilla e dimessa…

Erica Jong è da sempre un’autrice che riesce a lasciar filtrare nelle proprie narrazioni la malinconia di esistenze infelici, costrette a una costante ricerca di felicità e stabilità pur tra dolori e difficoltà. Ambientato nell’arco di tutto il Novecento, questo romanzo familiare vuole raccontare la storia di quattro generazioni di donne ebree partendo dalla fuga dalle persecuzioni, fino a una ristabilita pace nella quale la modernità avanza, insondabile. Senza dubbio si tratta di un libro abitato da personaggi estremamente realistici, che si sanno muovere sul palcoscenico senza risultare macchinosi: ma va anche detto che, un po’ per lo stile di narrazione, un po’ per la pressante urgenza di sviscerare il tema ricorrente del libro, che è il rapporto madre-figlia, a volte diventa difficile per il lettore immedesimarsi nelle vicende. La prosa è letteraria, autorevole, attenta al dettaglio. Eppure per quanto affascinante sia per esempio scoprire quale fosse la percezione dagli Stati Uniti dell’Olocausto, qualcosa nel testo lo rende difficile da apprezzare a fondo, come se ogni volta che si volta pagina, a ogni cambio di prospettiva, ci si aspetti qualche colpo di scena che al contrario non c’è, oppure se c’è non è in grado di generare quel senso di sorpresa o smarrimento che dovrebbe tenere incollato il lettore alle pagine.