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Rimpalli

Rimpalli

Via Bogino 23. Tutto comincia lì, in una vecchia casa di ringhiera, anonima e gelida come tutte quelle del comprensorio, dove buio, degrado e puzzo di piscio di gatto si legano però alla spensieratezza della prima infanzia. Un paesaggio dickensiano ma non siamo a Londra e nemmeno nell’Ottocento, bensì nella Torino del pieno boom economico. Lì, in quel cortile ciottoloso, Rino trascorre le sue spensierate giornate tra nascondino, rubabandiera, moscacieca e l’oratorio San Filippo, dove una mattina resta folgorato dal campetto di pallone rabberciato che nel suo immaginario diventa però il vero Paese dei balocchi. Almeno fino al trasferimento in una vera casa, con riscaldamento e finalmente bagno non in comune in zona Mirafiori, quartiere periferico in piena espansione ma all’epoca ancora posto di frontiera adiacente al nulla della campagna. Ma soprattutto con una piazza enorme dove conoscere nuovi amici, fare esperienza e realizzare interminabili partite a pallone. Lì inconsapevolmente si affinavano tecnica e palleggio. Tanto che quando un suo amico comunica che di lì a poco dovrà sostenere un provino nientemeno che alla Juventus, a Rino che ha come idolo assoluto Anastasi non par vero di poterlo accompagnare e ancor più quando gli viene comunicato di esser stato addirittura preso in squadra...

Chi si aspettasse un saggio sul calcio per esperti di tattiche, moduli e ripartenze, sappia che può tranquillamente lasciar perdere, perché queste pagine di Teodoro Lorenzo – ex calciatore dei grigi dell’Alessandria passato per le giovanili della Juventus, oggi avvocato e scrittore - sono prima di tutto poesia, filosofia, storia e meravigliosa, malinconica nostalgia. Lorenzo, infatti, con una scrittura che è pura carezza dipinge un acquarello con i colori tenui della nostalgia che non sfocia mai nella retorica dando vita ad un trattato sulla giovinezza che è davvero commovente. Partendo dalla propria esperienza personale Lorenzo con numerosissime digressioni mai banali o peggio come sfoggio culturale fine a se stesso ci fa immergere in un romanzo di formazione che ha l’odore della spensieratezza dell’infanzia dove anche un sogno come quello di approdare alle giovanili della Juventus viene vissuto senza gli isterismi che oggi accompagnerebbero una situazione del genere. Il calcio – o meglio il giocare a pallone - nel suo romanzo è solo il collante, il volano sul quale costruire e strutturare le fondamenta di bambini che sbucciandosi ginocchia su una piazzetta di cemento imparano pian piano e anche drammaticamente cosa significa crescere, diventare uomini, scoprono l’amicizia, la fratellanza, la solidarietà, l’ineluttabilità del destino, l’arte, la poesia, scoprono perfino la morte ma innanzitutto imparano che quel periodo spensierato che segna ognuno di noi, che ci dà l’imprinting di quello che saremo poi, passa inesorabilmente e per sempre e le piazzette diventano parcheggi, i sogni spesso naufragi, le amicizie eterni ricordi, la vita morte e soprattutto che il giocare a pallone si trasforma solo in un triste, gelido e malinconico giuoco del calcio.