Salta al contenuto principale

Ritorno nella città senza nome

ritornocittasenzanome

Natasha riceve dalla madre la telegrafica notizia che il padre è scomparso, letteralmente. Ma, aggiunge la madre, niente di grave. Un telegramma così in qualunque altra parte del mondo scatenerebbe reazioni scomposte, coinvolgimento immediato di polizia carabinieri FBI e Scotland Yard: a Mosca invece, nonostante il gelo che la investe, Natasha non proferisce verbo, non lascia spazio al panico, infila qualcosa in una borsa e si dirige alla stazione Jarolavskij, dove sale su un treno notturno diretto alla città in cui è nata, su al nord. È attenta in maniera maniacale a non destare sospetti, a non dare la minima impressione di star facendo qualcosa fuori dall’ordinario. Il minimo errore potrebbe compromettere il risultato. La colpisce l’odore acre di quel treno, vecchio, tozzo ma inarrestabile come un cavallo da tiro, non lo ricordava più. Durante il viaggio, nel corridoio del treno, l’incontro o meglio la vista, di un uomo le fa aumentare la paranoia – ammesso che in realtà non sia consapevolezza sia pur confusa di quanto la situazione sia grave. Ha l’impressione di conoscerlo, che sia lì per lei, che possa rappresentare un ulteriore pericolo. Finalmente nella città senza nome S45 (Sverdlovsk-45), dove è nata e cresciuta, ascolta il racconto della madre, apparentemente asciutto e senza emozione. Rassegnata a qualunque conclusione ma ostinatamente convinta di essere dalla parte giusta, la situazione spinge Natasha ancora di più a cercare di capire cosa può essere successo al padre, responsabile di un settore dell’impianto nucleare in cui è accaduto – non per la prima volta – un qualche tipo di incidente. Sullo sfondo, la figura di Alex, un uomo dalle mille inaspettate risorse, che è riuscito a raggiungerla e a ottenere non si sa come, un pass per entrare a Sverdlovsk 45: l’uomo che lei ama ma di cui ha anche paura…

Una storia quasi vera quella che racconta Natasha Stefanenko, modella, attrice e conduttrice televisiva russa ormai naturalizzata italiana, su quella che è stata la sua infanzia, così diversa da quella dei bambini nati in città “reali”, poi la sua adolescenza e la presa di coscienza quando si è trasferita a Mosca per frequentare l’università. Ha scoperto presto di vivere in una specie di realtà parallela, in una delle tante città che non comparivano nelle carte geografiche, città costruite intorno agli stabilimenti in cui veniva prodotto l’uranio per le bombe atomiche. La vicenda su cui si sviluppa il romanzo risale all’inizio degli anni Novanta, nel momento in cui l’Unione Sovietica sta cedendo sotto la spinta progressista di Michail Gorbačëv, paladino della perestrojka e della glasnost – ricostruzione e trasparenza. Ci sono nel romanzo tutte le contraddizioni di quello che ha rappresentato un processo di riforme che nelle intenzioni doveva porre fine alla Guerra Fredda, portare l’Unione Sovietica nel XX secolo… com’è finita lo sappiamo tutti. La Stefanenko - infilandoci qualche elemento di fiction e un pizzico di thriller - ci restituisce un Paese che va verso la distruzione, con una gran parte della popolazione entusiasta e pronta a godere di una chimera chiamata libertà e altrettanta che non vuole uscire da una “gabbia” non percepita come tale, ma come una sorta di protezione. Illustra senza polemiche di alcun tipo, ma fotografando la situazione, quello che è accaduto, compreso come ci sia stato chi ha ignobilmente approfittato di un momento in cui la confusione era grande per arricchirsi in maniera illecita sulla pelle di chi non trovava più il pane. La parte diciamo così gialla, la trama che serve a raccontare il resto non è il punto forte del libro, ma il romanzo è scritto bene: il sentimento di Natasha spiega bene quello che è successo soprattutto alla gente, la sudditanza psicologica di chi crede di stare bene e ha paura di perdere una sicurezza per cui paga un prezzo che non conosce e spaventa, la libertà.