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Rivelerò io cosa dire di me

Rivelerò io cosa dire di me

L’io del poeta è al centro delle sue composizioni poetiche. Egli proclama dolorosamente di sentirsi prigioniero di un’esistenza soffocante, grigia, resa cupa dalle convenzioni sociali. Perciò aspira alla fuga, alla liberazione. E la poesia diventa in questo modo il più straordinario mezzo di liberazione. Con essa si possono celebrare le bellezze della natura non deturpata dall’invadente presenza dell’uomo. Ma è in essa che pure il poeta scorge i segni inquietanti dell’eros, della morte e del dolore cosmico. Eppure, tra tanti segni inquietanti, egli gode della bellezza del creato. Una bellezza che esplode in primavera, quando il poeta ama addentrarsi nella fitta e lussureggiante vegetazione boschiva. Qui può anche immaginare di vivere immerso in una grande illusione. Ma se così è, di illusione necessaria si tratta, poiché soltanto grazie ad essa il poeta riesce a sopportare la vita. Così, in Boccioli esplode il sentimento dell’identificazione panica, mentre in L’eternità una musica misteriosa sembra accompagnare l’evoluzione della natura ..

Le poesie di Whitman si affastellano una dopo l’altra a creare una sorta di grande sinfonia, con la quale il poeta stesso descrive i moti profondi del suo animo. Non c’è alcuna scelta dettata da ragioni particolari. I versi, semplicemente, si susseguono senza alcun ordine preconfezionato, obbedendo all’estro del momento. Così si susseguono i brevi testi nati magari da occasioni quotidiane a composizioni più ampie, nelle quali il poeta volge il suo sguardo inquieto verso i tempi e gli spazi più remoti. D’altra parte, la trasgressione, il gusto per l’eresia sono cifre essenziali della complessa personalità dell’autore, in vita censurato per certi suoi comportamenti. Tanto più in un tempo in cui, a metà Ottocento, l’omosessualità era un reato. La traduzione di Bertelli è condotta con estremo rigore filologico. E comunque il lettore può leggere la versione in lingua originale a fronte, e trovare quella musicalità originaria che, giocoforza, l’esercizio della traduzione non sempre può rendere appieno.