Salta al contenuto principale

Riviera

Riviera

Marianna conosce la Riviera come il palmo delle sue mani. La ammira bambina quando, negli anni Settanta, passeggia con mamma e papà, ciascuno con i propri itinerari, il proprio sguardo. La scopre ragazza, in sella all’inseparabile Graziella, con l’energica amica Barbara. La vive donna, durante e dopo gli studi, quando la sua esistenza si annoda con quella del compagno Jonathan. C’è tutto, nella sua Riviera: la villa di famiglia, con i nonni al piano di sopra e i due ingressi, su via Amalfi e via Mamete. C’è il canale, che d’estate fa sentire un po’ come in vacanza, col rumore dell’acqua che scorre. C’è lo spirito operoso di Milano unito all’ariosità della periferia, dove i palazzoni non sono arrivati. Ci sono i tre ponti, via via più lontani dalla villa, tappe di autonomia e di indipendenza conquistate piano, senza strappi. Quando i nonni muoiono, per un periodo il piano di sopra della villa rimane vuoto, occupato solo saltuariamente dalla spumeggiante, briosa e inafferrabile zia Laura. Ma poi ecco, Marianna e Jonathan trasformano la loro relazione di adolescenti in una scelta di vita e così, semplicemente, Rosanna e Francesco si trasferiscono al piano di sopra e l’ordine della famiglia si ricompone, nella villa tra via Amalfi e via Mamete. Ormai adulta, moglie, madre, Marianna osserva quanto si assomigliano le vite, la sua quella di sua madre quella di sua nonna, ma anche quelle dei loro compagni, Jonathan Francesco e Martino: senza strappi, gli eventi della vita si richiamano gli uni gli altri, in una sorta di flusso perpetuo, scandito dolcemente dalle parole di Marco Aurelio...

Milano sconosciuta, Milano perduta: un dedalo di vie ai margini di una città in piena trasformazione, gli orti, le ville, il naviglio. La Riviera, a est di Milano, un tempo avvolta da un misterioso fascino poi freddo sinonimo di periferia. La Riviera piena di vita, di vite, che si sviluppano insieme al luogo che le contiene. C’è quasi una identità, in questo romanzo, che fa che i personaggi siano riflesso dell’ambiente in cui vivono e viceversa. Lo percepisce Marianna, il fatto di essere “una di periferia”, riconoscendo con poche parole il senso di questa reciproca appartenenza. Di parole, in effetti, ne vengono pronunciate poche, intese come dialoghi. Succedono incontri, eventi, la vita scorre come l’acqua del canale, in una sorta di pacifico fatalismo che non è abbandono, remissività, quanto piuttosto leggerezza, comprensione di un flusso più grande di cui tutti siamo parte e che tutto ricompone. Non ci sono proclami in queste pagine, poetiche come la penna dell’autore che le ha create, non ci sono picchi, strappi: l’unico personaggio ipertrofico, che sembra violare la naturale evoluzione delle cose, dopo tante peripezie torna a prendere il posto che le è destinato nel mondo. Una lettura pacificatrice, velatamente filosofica, come si comprende dalla descrizione della libreria di Marianna. Di nuovo, è uno spazio che parla, un luogo interno questa volta, la raccolta dei libri di Seneca, Epitteto, gli stoici. È a Marco Aurelio, dallo scaffale di Marianna, che si può affidare la sintesi profonda di questo romanzo: “è possibile diventare uomo divino anche senza esser riconosciuto da nessuno”. Una moderna ode alla semplicità.