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Robocop – Vivo o morto Volume 2

Robocop – Vivo o morto Volume 2

Durante un’imboscata, la polizia di Detroit, ormai forza privata al soldo della multinazionale OCP, riesce con l’aiuto di Robocop/Murphy a mettere le mani su Wyatt: il criminale è sospettato di essere uno dei luogotenenti di John Killian, personaggio di spicco della città in realtà eminenza grigia della malavita organizzata locale. Dopo un movimentato interrogatorio, Wyatt rivela a Murphy l’esistenza di un magazzino gestito dall’organizzazione, pur non facendo direttamente il nome di Killian. Parallelamente, dopo aver controllato ore di registrazioni delle camere a circuito chiuso di Detroit, l’agente Lewis, storica compagna di Robocop, riesce a trovare un filmato in cui il boss uccide un poliziotto a sangue freddo. Mentre il cyber-agente fa irruzione nel magazzino, Lewis manda in onda il video dell’omicidio durante un comizio pubblico di Killian. Il cerchio sembra stringersi attorno al criminale, tuttavia i problemi non sono finiti: i costi di gestione di Robocop non sono più sostenibili dalle finanze della polizia e Killian sembra ancora lontano dal chiudere definitivamente la sua attività…

Non sono molti i prodotti di genere, cinematografici soprattutto, che abbiano saputo resistere al logorio del tempo. Negli anni dell’evoluzione tecnologica galoppante, dove effetti speciali e visivi hanno ormai raggiunto una perfezione impressionante, ci si rende conto di come alcuni blockbuster siano ormai ad esclusivo utilizzo degli affezionati e dei nostalgici. Ci sono però due grandi eccezioni, anche se con caratteristiche diverse. La prima è di certo Predator di John McTiernan, che nonostante i quasi trentacinque anni dalla sua uscita riesce ancora ad affascinare per la tecnica realizzativa, oltre che per la trama. Poi c’è Robocop, contemporaneo del film con Schwarzenegger, che in realtà sorprendeva più per la sua carica drammatica che per la spettacolarità. Paul Verhoven, infatti, conscio dei limiti dei tempi che permettevano di andare poco oltre la stop-motion, costruì un racconto che si concentrava soprattutto sulla tragedia di un uomo prima violentemente privato del proprio corpo, e poi dei ricordi. Certo, Peter Weller in armatura che impugnava un “cannone” in grado di perforare muri in cemento armato era di forte impatto, il tutto impreziosito da una prova attoriale davvero notevole. Tuttavia, l’agente Murphy nella sua versione robotica tendeva a essere davvero totemico; “problema” che il regista compensò con sequenze d’azione che spingevano l’acceleratore su una violenza al limite del grottesco. L’opera di Joshua Williamson e Dennis Culver sembra, in qualche modo, voler intervenire proprio sulla staticità del suo protagonista, puntando su alcuni deus ex machina. In questo segmento cartaceo delle sue avventure, Robocop è nella sua versione 2.0: più veloce, più umano, più “fico”… Difetto o pregio di questo progetto, è davvero difficile da stabilire: la sentenza spetta al lettore. È però innegabile che gli autori riescono solo in parte a ricreare le atmosfere ruvide, politicamente scorrette, per nulla patinate di un mito senza tempo, in grado ancora oggi di farci girare dall’altra parte nei passaggi più gore e di commuoverci per i suoi aspetti più tragici.