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Robopoiesi

Robopoiesi

Se provassimo a percepire il nostro secolo con l’udito sentiremmo ticchettii di cento miliardi di dita sugli schermi degli smartphone e, di riflesso, le basse frequenze dei data center sotterranei. Da vent’anni si intrecciano due melodie che catturano l’attenzione in modi diversi: l’emergere delle intelligenze artificiali e la degradazione dell’ambiente naturale. La capacità di leggere e rendere intellegibile il mondo esterno non è affatto scontata. Non lo era per l’ominide del Pleistocene, continua a non esserlo per gli esseri umani appena nati. “A diciotto mesi, un neonato soffre di terrori notturni indotti dallo sviluppo del suo sistema nervoso. A partire dalla metà del Pleistocene, la specie degli ominidi conobbe un processo accelerato di encefalizzazione. I primi umani ebbero probabilmente paura del proprio cervello e vivevano male l’ipertrofia del loro organo di pensiero, il quale creava immagini che li tormentava fin dentro ai loro sogni”. Con lo sviluppo delle narrazioni — racconti orali e canti — animali e uomini hanno iniziato a dare un senso alle paure e alle incertezze: il linguaggio, un artefatto, è la prima forma di intelligenza, con funzioni specifiche. Sarà forse questo il primo intreccio tra naturale e artificiale? “Ciò che chiamiamo intelligenza artificiale traduce una millenaria aspirazione a dare regole al pensiero”. Dall’oralità alla scrittura, il senso ritrovato può diventare norma: nascono le leggi, che non sono mai naturali ma sempre artifici, e nascono i numeri che determinano il carattere economico del mondo. Ma il pensiero si può meccanizzare? Non è solo un altro modo per porre un fatidico interrogativo: le macchine potranno mai conquistare una forma di coscienza?

André Ourednik ha inventato la parola ectologia, definita come “lo studio delle cose la cui esistenza è comunemente accettata da coloro che le studiano”. Un po’ contraltare dell’ontologia, la nuova disciplina è invece rivolta a ciò che è artificiale, già esiste e già è separata da colui che l’ha concepita. Con tale presupposto, nelle prime cento pagine di Robopoiesi ripercorre e analizza la storia delle invenzioni che hanno portato alla AI come la conosciamo oggi. Non è un tema nuovo - sembra che ogni libro dedicato a questo tema debba ripetere questa cronologia, dalle macchine prescientifiche a OpenAI, passando per Turing e il Machine Learning. Fortunatamente, Ourednik ha un punto di vista coraggioso e lo esprime vivacemente, senza rinunciare a una postura apertamente intellettuale. Nato a Praga nel 1978, dopo aver operato come data scientist per la Confederazione svizzera, oggi insegna e fa ricerca all’Università di Neuchâtel e presso la Scuola politecnica federale di Losanna. Da pensatore, consapevole del background tecnologico, dunque, inventa un altro lemma, scolpendolo nel titolo di questo saggio. Robopoiesi diventa un metodo: il processo di creare ciò che ancora non si conosce (poiesi, ποίησις), e lo associa al significato originario della parola robot. La prima comparsa di questo termine è letteraria ed è antecedente alla fama che gli diede Asimov di almeno tre decenni. “Apparve per la prima volta in uno spettacolo teatrale dello scrittore ceco Karel Čapek, intitolato R.U.R.: Rossum’s Universal Robot. Čapek chiama «robots» degli umanoidi meccanici prodotti in una fabbrica […] Il termine «robot» deriva dal ceco robota, la «corvée», e più precisamente «il servaggio» del contadino del medioevo assegnato a una terra che coltivava per conto del suo proprietario e che non poteva mai lasciare”. Sarà dunque un errore collegare strettamente l’intelligenza artificiale solo alla Silicon Valley? Ourednik ci ricorda che l’impresa umana di creare sistemi artificiali è precedente: basta osservare come abbiamo mediato il rapporto tra natura e pensiero, ben prima dei chip.