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Romantica Marsiglia

Romantica Marsiglia

New York. Lafala, un marinaio nato nella boscaglia africana – i missionari, un tempo, lo avevano portato via da lì per consentirgli un’istruzione –, si trova in un ospedale per immigrati, costretto a dover fare i conti con una mutilazione provocatagli in maniera assurda e disumana. Essendosi imbarcato come clandestino da Marsiglia su una nave per New York, dopo essere stato derubato da Aslima, una prostituta marocchina (che per lui era stata “il senso gioioso di un sogno”), viene tenuto in una cella squallida che gli provoca il congelamento delle gambe. Lafala sembra non avere più, senza le sue belle gambe da africano – gambe di cui andar fiero –, la forza di combattere (“le sue gambe, ballando, gli avrebbero fatto sorvolare tutto”); poi, un giorno, un altro paziente dell’ospedale, Black Angel, gli procura un avvocato per fargli guadagnare almeno qualche cosa da quell’enorme ingiustizia subita. Così, Lafala torna a sperare: “Si sentiva galleggiare nel regno roseo del futuro. Tornò a provare il desiderio di essere attivo […] si procurò della lana multicolore e cominciò a intrecciare fasce”. È così che Lafala vince la sua battaglia legale contro la compagnia di navigazione e può tornare a Marsiglia: “Spalancata come un ventaglio enorme cosparso di colori violenti […] come una febbre che consuma i sensi, seduttiva e repellente”. Qui va in cerca di Aslima, e la trova…

Claude McKay (1889-1948) fu uno degli scrittori più in auge della Harlem Renaissance del Primo Novecento, prediligendo i temi relativi ai diritti dei neri e all’emancipazione sessuale. Nel 1929 lavorò a un romanzo intitolato The jungle and the Bottoms, di cui fu scoraggiata la pubblicazione. Egli lo riprese tre anni dopo, cambiando anche il titolo in: Savage loving. Nel 1933, prima di mettere da parte tale testo, modificò ulteriormente il titolo in: Romantica Marsiglia. Questo romanzo è rimasto in un cassetto per novant’anni e questa della casa editrice Pessime Idee è la sua prima pubblicazione italiana. La vicenda è ispirata alla storia vera di Nelson Simeon Dede. Mckay sceglie la libera verità, la vita più autentica e quindi priva di filtri: il succo più torbido, e quindi più saporito, mai decantato, degli istinti frammisti ai sentimenti. Non c’è pietismo, ma nudità, essenzialità ed essenza. C’è il basso che, proprio in quanto tale, s’innalza. Lo scrittore non incanta con artifici e magie: semplicemente racconta in modo secco e asciutto, senza troppi decori. La prosa di McKay è spoglia, volutamente denudata: come a voler svestire la vita che si ama per conoscerne bellezza e nei – soprattutto i nei. L’uomo non è fatto tanto di lindore, quanto di macchie, di storture. E sono in esse che affonda McKay. Con un linguaggio pulito sprofonda nell’inferno umano, scegliendo il reale e non l’ideale: esistenze che, proprio come Marsiglia – città d’adozione di Lafala –, seducano e insieme suscitino ribrezzo per quella loro scomoda nudità. McKay non strizza l’occhio al lettore – né ai suoi protagonisti –, ma lo pungola, omettendo sentenze e giudizi. Racconta senza censura, né paura.